Deb

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb medesima, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Debora detta Deb è la gran maestra di cerimonie del gruppo, nel senso che sta sempre a scas[ehm] a organizzare incontri e proporre attività e indire sondaggi sugli argomenti più disparati, che poi nessuno si ricorda mai come fissarli in alto sulla chat di uozzàp e tocca rifarli e votarli daccapo.

Dotata di pazienza infinita con cose, persone e (soprattutto) animali, nonché di un amore smisurato verso uno strano apparecchio noto come Tibco, Deb ama cucinare e mangiare, prendersi cure di piante in vaso e più propriamente piantate in terra, mangiare, di splendidi e amorevoli cani e gatti e di altri animali e, non dimentichiamolo, mangiare.

Il suo grido di battaglia, infatti, è cioffàme! Dopodiché, sparisce per un po’ e infine torna con foto di piatti succulenti cucinati con tanto amore e dedizione, dei quali ai suoi pur cari amici non offre mai nemmeno un misero boccone, uffa.

Grande lettrice, appassionata di teatro e in particolar modo di attori del medesimo, spassosissima a livello master, Deb è l’amica che tutti vorrebbero ma lei è invero solo nostra. Statece.



Donato

Immagine realizzata tramite AI © Dario Angelo 2026

Se vivesse ai giorni nostri, Jules Verne si ispirerebbe a Donato per tratteggiare il protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni.
Non sai mai dove sia stato Donato fino a ieri, ma che dico ieri, stamattina, ma che dico stamattina, un’ora fa. Né puoi sapere dove trovarlo fra cinque minuti ma, puoi starne certo, se lo chiami lui comparirà. E lo farà senza scomporsi, come se fosse stato via giusto il tempo di rispondere al citofono o di chiudere il gas, e raccontandoti con cura e passione ogni minima sfumatura delle sue esperienze fra le più curiose, arricchendo i propri aneddoti con particolari a prima vista secondari ma che egli, da autentico narratore, sa valorizzare rendendoli preziosi.

Romanista di alto profilo istituzionale giallorosso, vanta un filo diretto con l’Olimpico al quale, solitamente, accede percorrendo una distanza non eccessiva in un corridoio riservato, che collega un finto armadio nel suo ufficio con la sala stampa dello stadio. Si sussurra che sia lui, in realtà, il vero senior advisor di Mister President & Son, e che sir Claudio, come si suol dire, ci metta solo la faccia. Anzi, che ci mettesse. Peccato.
Occorrerà trovare un sostituto. Dov’è che si compila il modulo per la candidatura? Namo. Mr Dan, I could be your man!


Donovan

Donovan è una persona reale, amico di vecchia data, ex compagno di scuola.
Donovan non è il suo vero nome bensì quello con cui ha scelto di comparire nelle mie storie.
Anche l’immagine proposta (tratta da qui) non è una sua vera foto, poiché Donovan è molto più affascinante di George Clooney.

Ok, a questa non ci crede nessuno.

Possiamo però affermare, senza tema di smentita, che Donovan sia un tipo decisamente affascinante e che non sarebbe affatto strano incontrarlo per strada, in qualche località vippissima, mentre se la racconta con il buon vecchio George.

Donovan, infatti, è quel che si dice un uomo di successo.
Il grande pubblico non ha il privilegio di conoscerne il nome né ha particolare familiarità con il suo volto, ma gli capita più spesso che a qualunque persona io conosca di partecipare a eventi glamour o a trasmissioni televisive; finendo a volte per venire paparazzato accanto a splendide donne di spettacolo (tutte sue carissime amiche, peraltro) e, di conseguenza, di comparire in foto su testate nazionali, nelle vesti di un non meglio precisato “imprenditore del Nord”.

Il fatto, poi, che ti venga a raccontare tutto ciò con lo stesso tono di sorpresa e lo sguardo meravigliato di quando avevamo entrambi sedici anni, dice molto su che tipo di persona sia. Donovan è un ragazzo d’oro che, pur consapevole del proprio valore e amante di ciò che gli invidiosi potrebbero definire “bella vita”, non si è mai montato la testa e ti si presenta con la stessa semplicità e affabilità di sempre. Solo che oggigiorno lo fa con indosso un abito di Armani, of course, secondo il gusto e lo stile che non gli è mai mancato.

Abile conversatore, sempre disponibile per gli amici, estimatore del buon cibo e del buon vino; parrebbe quasi che io stia parlando di me. Solo che lui si alza tutti i giorni al canto del gallo per andare ad allenarsi in palestra, con tanto di prove filmate sui social. Dunque, decisamente, non può esservi alcun dubbio sul fatto che io, qui, non stia parlando di me. Nemmeno per sbaglio.


Edin

Edin Džeko è uno di quei giocatori così forti, di quelli che ammiri giusto negli highlights delle partite di Champions e speri di non doverci mai giocare contro,

che quando un giorno ti dicono che l’abbiam preso noi la prima reazione è domandare “ma che, davero?”.

Giusto per proporre un termine di paragone: le maglie della Roma che ho collezionato negli ultimi vent’anni o non hanno nome e numero sulla schiena, alcune, oppure – tutte le altre – portano il dieci e il cognome di Checco. Tutte tranne una. Indovinate di chi?

Esatto, proprio del cigno di Sarajevo.
L’amore è Džeko. E anche se è una storia ormai finita, e che poteva finire meglio, non importa. Avere avuto il piacere di ammirare un talento del genere con indosso la maglia della Roma, aver gioito delle sue giocate sopraffine e delle caterve di goal che ha segnato per noi, alcuni dei quali di fattura talmente unica da farmi azzardare un paragone con l’Eterno (il Capitano, si capisce, non l’anziano barbuto del piano di sopra), è stato davvero grandioso.

Hvala, Edine1.

Nota a margine: l’immagine di cui sopra è tratta da qui, cioè, pensate un po’, da una testata indiana. Fin dove ci hai portato, ragazzo mio, fin dove hai fatto risuonare ancora una volta il nome di Roma!


1 “Grazie, Edin” (tradotto dal bosniaco, of course)


Edo (the Evil Man)

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Edoardo detto Edo è, di fatto, il nostro agente oltreoceano, così che pure noantri, al giorno d’oggi, si possa dire che sul nostro impero non tramonti mai il sole1.
Eroe dei due mondi2 di questi tempi moderni, eleganti e più civilizzati3, signore delle Everglades, ammansatore di alligatori, coi quali ha stabilito da tempo un rapporto di sana e pacifica convivenza, cultore della lingua e delle tradizioni dei Seminole (valga quanto detto per gli alligatori), Edo definisce se stesso Evil Man per scherzare sulla letalità delle proprie azioni così come delle proprie parole, ove piazzate al momento e al posto giusto.

Nonostante si mostri spesso sarcastico nei confronti del nostro blogger preferito e della sua invereconda mancanza di sintesi, in realtà è profondamente appassionato di qualunque cosa egli scriva, e attende ogni notte che arrivi l’alba solo per poter leggere le novità der Cigno de Cuneo.

Thank you for your service, Evil Man!


1 La celebre frase “sul mio regno non tramonta mai il sole” è attribuita all’imperatore Carlo V d’Asburgo nel XVI secolo. La frase descriveva la vastità dei suoi domini, che includevano Spagna, Paesi Bassi, territori austriaci, Italia meridionale e vaste colonie nelle Americhe, coprendo tre continenti (Google docet; e dunque, aggiungiamo noi nel caso non fosse chiaro, là dove da una parte era notte, da un’altra parte di quel vasto regno era giorno, of course, e si poteva perciò affermare che su di esso non calasse mai il sole). Più prosaicamente, il riferimento è stato qui aggiornato all’impero perché, va da sé, è dell’Impero Romano che noantri si sta parlando. Il quale, come insegna il buon Aldo Cazzullo, è ancora vivo e lotta insieme a noi. Daje.

2 Sulle orme del generale Giuseppe Garibaldi.

3 https://youtu.be/Fkj75Uy8Ps0?si=j_ryqBtT6h-tWXnY



Elsha

Stephan El Shaarawy, italo-egiziano e dunque faraone in pectore, è un bravo ragazzo e un professionista serio, attaccante esterno talentuoso ed elegante (qui ritratto in un’immagine ufficiale AS Roma), che avremmo voluto vedere in giallorosso fin dalle sue prime apparizioni su palcoscenici prestigiosi con indosso la maglia del Milan.

Il felice connubio avvenne durante il mercato invernale del 2016 e Stephan divenne immediatamente uno de noantri, per restarlo tuttora anche dopo un’andata e ritorno in Cina in seguito alla quale non ci parve vero di poterlo riabbracciare.
Negli ultimi anni si è reso spesso risolutivo subentrando dalla panchina, ma al di là di prestazioni e segnature è uno di quei giocatori a cui si vuol bene a prescindere.

Grande Faraò! (Rizzitelli docet)


Er Principe

Giuseppe Giannini, Peppe per gli amici, Principe per gli estimatori (qui colto da Bill con sopra un faretto strategico che par quasi il riflesso di una corona), è un amatissimo ex capitano e numero dieci daa Maggica.

Il suo soprannome si deve all’eleganza con cui si muoveva sul campo, nonché al raffinato tocco di palla col quale dettava passaggi illuminanti per i compagni, fra cui il Tedesco Volante, e che non di rado gli consentiva di segnare goal belli e importanti.
Non ha purtroppo vinto quanto avrebbe meritato, né con la Roma né in Nazionale, un destino peraltro toccato a molti grandi romanisti. Ma Roma e la Roma non dimenticano, e uno degli stendardi issati in curva Sud, quella volta, a ricordare al mondo e a quell’altri, i periferici, chi noi siamo, ha sopra disegnato il suo volto. Figlio di Roma, capitano e bandiera.


Eusebio

Eusebio Di Francesco è stato sia giocatore che allenatore della Roma, un po’ come Rudi e, soprattutto, Bruno Conti e Vincenzino. Nei panni di calciatore era un motorino di centrocampo inesauribile e, insieme a Damiano Tommasi e Gigi Di Biagio, andava a formare il pacchetto mediano tutto italico del 4-3-3 di Zeman, talvolta riproposto pari pari in Nazionale in quanto riuscito ed efficace assortimento di dinamismo, tecnica e visione di gioco.

Eusebio faceva parte della rosa che conquistò lo scudetto 2000-2001 (qui lo vediamo infatti con indosso la maglia di quella stagione, in un’immagine tratta dal web), ma giocò poco a causa di un serio infortunio occorsogli durante la preparazione estiva.

Da tecnico ha portato i colori giallorossi fino alla semifinale di Champions League, punto più alto della storia romanista eccezion fatta per quella certa partita di fine maggio ’84, che alla fine non si poté giocare e fu un peccato, ancora ci domandiamo tutti come sarebbe poi andata a finire.

Grazie a tale risultato, peraltro conseguito al suo primo anno da tecnico della Roma, il buon Di Fra si colloca al vertice del quartetto moderno di allenatori ex giocatori daa Maggica; non ho contezza che altri abbiano fatto in passato un percorso analogo (dal campo alla panchina sempre in ambito giallorosso, intendo) ma è certo che, pure se fosse, gli almanacchi non ne riportano particolari allori.
Il secondo anno invece andò maluccio: forse il buon Eusebio ebbe qualche responsabilità, del resto a bordo campo ce stava lui mica io, tuttavia è indubbio che le maggiori colpe di quella stagione travagliata furono del peggior direttore sportivo mai transitato dagli uffici di Trigoria. Senzadubbiamente1.


1 Aulica citazione di Cetto La Qualunque interpretato da Antonio Albanese, of course.


Federico Balzaretti

Terzino sinistro del genere che una volta si sarebbe chiamato fluidificante (qui in una foto del 2018 insieme a Bill, che quella sera, proprio, manco fosse ‘n paparazzo). Cordialissimo, simpaticissimo e dalla lunga chioma bionda, Balza è famoso per avere sposato un’etoile e per aver segnato un goal pesantissimo nel primo derby della Roma di Rudi Garcia, quello che si doveva assolutamente vincere.

Nell’occasione, poiché giocava con il numero 42, diede un nuovo significato circa la risposta alla domanda fondamentale sull’universo, la vita e tutto quanto: conquistare l’immortalità segnando un goal decisivo in un derby, sotto la curva Sud.