Carlo Ancelotti

Per molti di coloro che (beati loro) sono giovani e di certe leggende conoscono solo le imprese più recenti, Carlo Ancelotti da Reggiolo è soltanto – si fa per dire – uno dei più grandi e vincenti allenatori della storia, sia fra quelli che siano mai esistiti che fra quanti sono ancora in attività. Qualcuno si spingerà forse più in là con i ricordi

e lo individuerà, là in mezzo, a comandare nel centrocampo del Milan degli olandesi e di Arrigo Sacchi prima e di Fabio Capello poi, una delle squadre italiane più forti, belle e vincenti che si siano mai viste.

Ma Carlo Ancelotti, Carletto nostro, è stato molto altro e molto prima: giovane “vecchio” e capitano della Roma, campione d’Italia con indosso la maglia più bella del mondo, compagno di squadra di gente del calibro di Agostino, Bruno Conti, Falcão, Pruzzo, Nela – e qui mi fermo perché potrei andare avanti all’infinito -, allievo del Barone, ben prima di qualunque profeta fusignanese e di qualsiasi stella olandese (seppur si stia parlando di stelle autentiche, un intero firmamento, of course).

Lui stesso, di recente, ha avuto occasione di ribadire questo legame inscindibile.
Sempre ave, Carlè. E chissà, forse un giorno raccoglierai l’eredità del Barone e di Ago e ci condurrai, ancora una volta, fino in porto col vessillo.
Che bello sarebbe, ve’? Daje Carlè!


Checco

Francesco Totti, qui immortalato a 21 anni in un mio scatto dell’agosto ’98, durante la preparazione estiva della Roma a Predazzo in val di Fiemme (TN).

Impossibile tratteggiare in poche righe l’immensità sportiva di un giocatore unico e universalmente riconosciuto come leggendario.

Per quello ci si può in parte affidare ai freddi numeri snocciolati su qualunque pagina web a lui dedicata.

Ma solo In parte, perché i numeri non sarebbero comunque sufficienti a esprimere la meraviglia e la gratitudine sempre vive in chi ne abbia potuto ammirare la carriera, non di rado da vicino, nel corso di un quarto di secolo.

L’affetto che nutro nei confronti di Francesco (che chiamo familiarmente Checco, Capitano Eterno o “la luce1“) travalica da sempre l’aspetto sportivo, fino a renderlo persona cara quasi come se uno fosse di famiglia.
Che è proprio una delle cose che lui non vorrebbe sentirsi dire, ma siamo fra pochi intimi e confido che nessuno glielo vada a riferire.


1 Tengo a sottolineare come questa mia definizione risalga a tempi non sospetti, parecchi anni prima dell’occasione in cui l’ex direttore sportivo Walter Sabatini ebbe a dire in pubblico, a proposito di Francesco, che fosse come “la luce sui tetti di Roma al tramonto”. Sia messo agli atti.

Cose che Checco non vorrebbe sentirsi dire

Nella sua autobiografia1 Un Capitano, scritta con Paolo Condò, Francesco afferma di restare imbarazzato da certe esternazioni affettive rivoltegli dai propri tifosi.
In primo luogo, dice, perché è timido.

Poi, perché non si capacita di cosa abbia fatto mai per meritarsi così tanto e persistente amore.

Su questo punto io e molti altri potremmo forse dargli qualche suggerimento ma, provando per un attimo a mettermi nei suoi panni (see, vabbè), in fondo lui è solo – si fa per dire – riuscito a realizzare il proprio sogno di bambino e a farlo durare per 25 anni. Sempre sia lodato.

Ultimo ma non meno importante, ancora si meraviglia di sentirsi approcciare quasi come se fosse uno di famiglia, e in modo particolare non sopporta di sentirsi dire cose tipo “per me sei come un figlio/un fratello”. Sostiene che sia una responsabilità troppo grande, perché un idolo sportivo va bene, dura finché dura poi si cambia poster e si appende quello dell’eroe di turno2 (parole sue). Il legame con un familiare invece è una cosa sacra, dura tutta la vita, è un peso troppo grande.
Anche su questo aspetto provo a capirlo. In effetti, pensare che esistano decine di migliaia per non dire milioni di sconosciuti che ritengono di essere suoi padri, madri, zii, zie, fratelli sorelle e cugini di vario grado, sparsi per tutto il globo, dev’essere piuttosto inquietante.

Casomai non aveste letto il libro e non foste informati di certi dettagli, ora siete avvisati su cosa non dirgli nel caso lo incontraste. Non ringraziatemi: oltre che un piacere, è stata una lettura molto istruttiva prima di tutto per me.


1 Della quale qui sopra sfoggio orgoglioso la mia copia personale acquistata il giorno stesso dell’uscita, il 27 settembre 2018. Che casualmente è stato anche il giorno del suo 42° compleanno, in puro stile Guida Galattica. Non che avessi mai avuto particolari dubbi: la “mia” risposta fondamentale alla vita, l’universo è tutto quanto è sempre stata Checco, autobiografia compresa, ah ah!
(Scusa Douglas, non ho resistito)

2 Sarà. Da parte mia le immagini dei miei eroi alle pareti non le sostituisco ma aggiungo mano a mano quelle degli ultimi arrivati. È comunque noto che io sia un tipo particolare; e ho quasi finito lo spazio libero sui muri, prima o poi toccherà cambiare casa.

Cuneo

Mia città natale, già solo per questo dunque na cifra importante, ne vediamo qui uno scorcio di piazza Galimberti in un mio scatto dell’agosto 2017 preso da sotto i portici del perimetro (meno di tre mesi dopo l’ultima partita de Checco, ancora non l’avevo elaborata del tutto sta cosa, sentivo il bisogno di cullarmi un po’ nel conforto dell’alma mater).

Cuneo è di origine medievale e si chiama così perché il nucleo più antico sorge su uno sperone che si eleva alla confluenza di due fiumi, formando per l’appunto un cuneo. Arrivandovi da nord-est, cioè da dove abitualmente risiedo, appare come una nave in rada in attesa di salpare, poggiata su una valle dalle rive alberate o – a seconda dei casi e delle stagioni – sulle bianche volute di una foschia spumosa, la prua rivolta verso fantastici e remoti orizzonti, ancorata alla terraferma nient’altro che dall’esile legame di un paio di viadotti stradali e ferroviari. Navigare necesse est, anche solo con la fantasia, nevvero.

Non è di origine romana (anche se forse sì, nel senso che qui una città romana un tempo pare ci fosse) bensì medievale; nonostante ciò, il suddetto centro storico è a forma di accampamento romano, ma pensa un po’ che singolare combinazione.
I dettagli sono importanti e quasi mai casuali. Alla fin fine, tutto viene da Roma e tutto a Roma ritorna, me compreso1.

Cuneo è di fatto la mia Winterfell, poiché non solo ce so nato ma – come più volte ricordato – vi ho pure svolto il servizio di leva, al distretto militare la cui sigla era DMCN e che ora come istituzione non esiste più, sopravvivono soltanto gli edifici che sono stati riutilizzati per scopi civili. Quasi tutti: la caserma in cui svolgevo il mio lavoro d’ufficio è stata invece rimodernata, dall’esterno sembra proprio un lavoro ben fatto e costituisce tuttora una struttura militare, daje.


1 Peraltro, il fatto stesso che, mentre redigo questa scheda, io mi trovi per l’appunto a Roma, non fa che confermare tale mio convincimento.


Damiano

Damiano Tommasi (qui immortalato da Bill a cui sembra domandare “ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”, con l’altro che pare rispondergli “checcevoifà Damià, è ‘nattimo, stacce”) non è uno che si vanti, ma potrebbe, di essere stato non solo un ottimo centrocampista, non solo MVP dell’anno santo

doo scudo 2000-2001, ma pure il giocatore accanto al quale Checco nostro è sceso in campo più volte. Un record per il quale lo invidiamo tutti davvero molto.

Inoltre, è forse uno dei pochi, se non l’unico, calciatore o ex tale della Roma che sappia dove si trovi Bra, perché c’è stato. E ce stavo pure io, quaa vorta, che ve lo dico a fare.
Il racconto di quell’occasione sarà prima o poi oggetto di opportuna narrazione di antefatti, contesti e contenuti, parola di lupetto giallorosso. Daje.


Daniele/Danielino

Daniele De Rossi, a destra, in un’immagine giovanile insieme al padre Alberto.

(qui la fonte)

Biondo, occhi azzurri, di Ostia, non stupisce che Tonino Cagnucci lo abbia definito il mare di Roma.

Non ricordo con precisione chi fu a chiamarlo Danielino quando, poco più che ventenne, figurava già stabilmente in prima squadra e in nazionale, ma sono abbastanza sicuro che sia stato Spalletti (Lucianone) durante la sua prima esperienza sulla panchina giallorossa.

Ricordo invece come se fosse ieri l’occasione in cui Daniele espresse, durante un’intervista, il suo più grande rammarico: avere una sola carriera da donare alla Roma. Semper fidelis.

Darklings

I Darklings sono irriverenti e spietate creature dell’oscurità (a loro modo pure simpatiche, dai) che compaiono in varie opere letterarie e non; nel nostro caso, il riferimento è agli agenti della Tenebra dell’universo narrativo di Darkness edito dalla Top Cow.

Detto che l’immagine qui proposta ritrae alcuni di essi in un disegno tratto dal web e realizzato, con buona probabilità, da Marc Silvestri, si tratta, in sintesi, di mostricciattoli di piccola taglia simili ai goblin de Il Signore degli Anelli, o di analoghe ambientazioni fantasy oppure soft horror.
Non proprio la migliore compagnia che si possa desiderare, specie nei momenti no. Tuttavia, c’è di peggio (fidatevi sulla parola).
Tanto vale, dunque, fare buon viso a cattivo gioco e – se proprio non se ne può fare a meno – stare per un po’ al loro, di gioco. Ma senza esagerare.
Presi a piccole dosi, possono perfino risultare stimolanti e suggerire qualche buona intuizione.

Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete1. Forse.


1 Quest’ultima frase (tranne il “forse” che è un’aggiunta mia) è la battuta conclusiva del celebre monologo finale di American Beauty, recitata Kevin Spacey nei panni del protagonista, Lester Burnham.


Diego

Immagine tratta da qui

Definire Diego Armando Maradona può essere complicato, viste le molte sfaccettature del calciatore e dell’uomo; cadere nell’agiografia è questione di un attimo.
Ma, in fondo, definire Diego Armando Maradona è piuttosto semplice, tanto da sembrare quasi banale: il più grande di tutti. El diez per antonomasia.
D’accordo, in altre pagine ho tenuto a specificare “dagli anni ’80 in poi”, ma solo perché Pelé l’ho potuto ammirare unicamente in filmati d’epoca e non dal vivo. A differenza di Diego. Due giocatori che, peraltro, se fossero appartenuti ai medesimi decenni avrebbero senza dubbio potuto giocare e incantare le folle insieme.

Diego sta al calcio come Leonardo da Vinci a tutto ciò che ha fatto. Genio e vivace complessità tesa a meravigliare con la sublime semplice bellezza del risultato finale.
Perfino Leo Messi, che è il più grande di tutti del nostro tempo, nonostante la pura essenza calcistica di cui è dotato e che sa esprimere, nella propria frenetica e immarcabile abilità nello stretto appare tanto favoloso quanto (mi si perdoni l’aggettivo, che potrebbe suonare irriverente ma non vuole esserlo) in qualche modo inelegante. E, sia chiaro al di là di qualunque ombra di dubbio, io adoro Leo.
Ma Diego è stato un’altra cosa. In alcuni momenti di assoluta perfezione, è stato tutto ciò che oseresti chiedere al calcio, e anche qualcosa di più.

Te echamos.



Deb

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb medesima, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Debora detta Deb è la gran maestra di cerimonie del gruppo, nel senso che sta sempre a scas[ehm] a organizzare incontri e proporre attività e indire sondaggi sugli argomenti più disparati, che poi nessuno si ricorda mai come fissarli in alto sulla chat di uozzàp e tocca rifarli e votarli daccapo.

Dotata di pazienza infinita con cose, persone e (soprattutto) animali, nonché di un amore smisurato verso uno strano apparecchio noto come Tibco, Deb ama cucinare e mangiare, prendersi cure di piante in vaso e più propriamente piantate in terra, mangiare, di splendidi e amorevoli cani e gatti e di altri animali e, non dimentichiamolo, mangiare.

Il suo grido di battaglia, infatti, è cioffàme! Dopodiché, sparisce per un po’ e infine torna con foto di piatti succulenti cucinati con tanto amore e dedizione, dei quali ai suoi pur cari amici non offre mai nemmeno un misero boccone, uffa.

Grande lettrice, appassionata di teatro e in particolar modo di attori del medesimo, spassosissima a livello master, Deb è l’amica che tutti vorrebbero ma lei è invero solo nostra. Statece.



Donovan

Donovan è una persona reale, amico di vecchia data, ex compagno di scuola.
Donovan non è il suo vero nome bensì quello con cui ha scelto di comparire nelle mie storie.
Anche l’immagine proposta (tratta da qui) non è una sua vera foto, poiché Donovan è molto più affascinante di George Clooney.

Ok, a questa non ci crede nessuno.

Possiamo però affermare, senza tema di smentita, che Donovan sia un tipo decisamente affascinante e che non sarebbe affatto strano incontrarlo per strada, in qualche località vippissima, mentre se la racconta con il buon vecchio George.

Donovan, infatti, è quel che si dice un uomo di successo.
Il grande pubblico non ha il privilegio di conoscerne il nome né ha particolare familiarità con il suo volto, ma gli capita più spesso che a qualunque persona io conosca di partecipare a eventi glamour o a trasmissioni televisive; finendo a volte per venire paparazzato accanto a splendide donne di spettacolo (tutte sue carissime amiche, peraltro) e, di conseguenza, di comparire in foto su testate nazionali, nelle vesti di un non meglio precisato “imprenditore del Nord”.

Il fatto, poi, che ti venga a raccontare tutto ciò con lo stesso tono di sorpresa e lo sguardo meravigliato di quando avevamo entrambi sedici anni, dice molto su che tipo di persona sia. Donovan è un ragazzo d’oro che, pur consapevole del proprio valore e amante di ciò che gli invidiosi potrebbero definire “bella vita”, non si è mai montato la testa e ti si presenta con la stessa semplicità e affabilità di sempre. Solo che oggigiorno lo fa con indosso un abito di Armani, of course, secondo il gusto e lo stile che non gli è mai mancato.

Abile conversatore, sempre disponibile per gli amici, estimatore del buon cibo e del buon vino; parrebbe quasi che io stia parlando di me. Solo che lui si alza tutti i giorni al canto del gallo per andare ad allenarsi in palestra, con tanto di prove filmate sui social. Dunque, decisamente, non può esservi alcun dubbio sul fatto che io, qui, non stia parlando di me. Nemmeno per sbaglio.