
Paulo Roberto Falcão è un nome che chiunque, negli anni ’80, ma proprio chiunque, non poteva non conoscere, non aver sentito nemmeno una volta, né non sapere in che squadra giocasse.
Colui che, come scrive Tonino Cagnucci, sembrava sbarcato direttamente dal sole tanto era luce, segnò uno spartiacque nella storia della Roma: ci fu una Roma prima di Falcão, e un’altra Roma da lì in poi. Come prosegue Cagnucci, insieme a lui diventammo re. Pure io, che ancora non ne sapevo nulla, ma l’avrei scoperto non molto tempo dopo.
Ottavo re di Roma o semplicemente il Divino, Falcão rivestì un ruolo fondamentale nella forgiatura del gruppo che, sotto la guida di Nils Liedholm, arrivò a conquistare un meritatissimo secondo scudetto giallorosso, sfiorandone altri due in quegli stessi anni.
Ma non solo, per quanto mi riguarda. Nell’unica occasione in cui lo vidi giocare in diretta, Falcão, Ago e gli altri mi mostrarono qualcosa che forse era già nel mio destino ma che chissà, senza di loro, come sarebbe poi andata a finire.
Come mi è capitato di scrivere sui social, poco tempo fa, a suo figlio Giuseppe, lo vidi giocare una sola volta e mi persi molto di quegli anni meravigliosi, è vero: ma una volta fu sufficiente. Un Divino è per sempre. Come la Roma.
Obrigado Paulo.
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