Fabio #34

Immagine realizzata tramite AI © Dario Angelo 2026

Guardia di porta dei cieli romani e internazionali, competenze meccanico-motoristiche di alto livello, imperturbabile gestore di eventi improbabili generati da fattori esterni e persone impossibili generate da chissà quale recondita profondità infernale (o anche solo dal quartier generale dei periferici, alle volte), Fabio si diletta pure con di cucina con ottimi risultati, nonché di ottimi consigli i cui risultati, va da sé, dipendono da chi li applica.

Una delle sue caratteristiche peculiari è di prendersi il giusto tempo per riflettere prima di parlare; il che, ne converrete, di questi tempi moderni in cui troppi sogliono aprire bocca senza aver prima acceso il cervello – e la si butta peraltro in caciara per un nonnulla – è davvero tanta roba.

Attraverso l’esperienza lavorativa diretta, la pratica quotidiana e la formazione continua, Fabio è divenuto il signore assoluto dei selfie.
Nessun uomo o donna che transiti nei suoi paraggi, con bagaglio a mano oppure senza, può né peraltro vorrebbe sottrarsi a questo piacevolissimo rito condiviso. Volti noti e meno noti, che si mostrano talvolta pronti allo scatto, talvolta meno, come appena alzati o colti di sprovvista, si alternano al fianco del nostro Fabio; il quale appare, immancabilmente, padrone della situazione e all’altezza del compito. Un po’ come Toni Servillo, però con barba e capelli.

Rombante.



Francesco Costa

Francesco Costa (qui in un’immagine tratta da qui) è un giornalista, scrittore e autore di podcast e, a mio modesto quanto insindacabile giudizio, eccelle in tutte e tre le categorie.
Peraltro vicedirettore de Il Post e conduttore di Morning, ha un nome bellissimo1 ed è pure romanista2: come non volergli bene.

Di recente ho avuto l’occasione e il piacere di incontrarlo presso il Circolo dei Lettori di Torino, dove Francesco e il peraltro direttore Luca Sofri intervengono con buona regolarità nell’esercizio delle loro funzioni, conducendo una rassegna stampa commentata dal vivo dal titolo I giornali, spiegati bene. Nel caso siate della zona, ma anche se non lo siete, vi consiglio vivamente di tenere d’occhio il calendario degli eventi del Circolo e assicurarvi un posto per i loro prossimi interventi, perché ne vale davvero la pena, fidatevi.
Ma pure per gli interventi di altri ospiti, si capisce, che in siffatto luogo ameno le proposte e le occasioni di gaudente arricchimento sono molteplici, non se ne avrebbe mai abbastanza.

Con Francesco ho anche avuto il privilegio di un breve scambio epistolare.
Breve nel senso che è stato un botta e risposta, perché la mail che gli avevo indirizzato, che ve lo dico a fare, concisa non le era affatto. Francesco non solo mi ha usato la cortesia di rispondermi, usando belle parole nei miei confronti, ma non si è lasciato intimorire dal rischio di incoraggiare, così facendo, la mia prolissità. Un coraggio non comune e di cui gli va dato atto. Lo scrivo senza alcuna ironia.


1 Non so se sia il caso di spiegarlo, ma nel dubbio lo faccio: il nome di Francesco lo accomuna a quello del nostro Capitano Eterno (sempre sia lodato). Nostro nel senso di noi romanisti, daje.

2 Scopro oggi una nota biografica che non avevo fin qui ancora colto: Francesco è nato il 21 aprile. Il ventuno di aprile. Non so se mi capite: il giorno del Natale di Roma. Io davvero non so più che dire, sarei quasi invidioso se non fossi così ammirato: romanista dell’anno, santo subito!


Giamma

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Giamma è come uno di quei personaggi che, in certi distaster-movies che propongano situazioni oltre i limiti del concepibile, tipo un’invasione aliena di topi super-intelligenti su scala planetaria, il nucleo del nostro pianeta che si sente un po’ stanchino1 e rallenta la propria rotazione2, i periferici in finale di Champions League (no dai, a questa non crederebbero nemmeno le loro madri, non esageriamo), si presenta nella situation room nel bunker interforze terrestri in Antartide, arrivando da chissà dove – da Roma, e da dove sennò – e introdotto da chissà chi – magari da zio Dan, daje presidé prendici un DS – e, nell’ordine: si sieda a un capo del tavolo, tiri fuori dal proprio portadocumenti un blocco di fogli immacolati, un lapis temperato con grande cura e (un tablet? un cubo cosmico? no, molto meglio) un mini-computer quantistico interdimensionale, chieda a tutti di levarsi da li cojoni e lasciarlo lavorare e si metta, appunto, a lavorare.
Scena sucessiva: lui da solo nella stanza – con tutti gli alti papaveri che lo guardano da dietro un vetro antiproiettile – immerso in un ologramma 3D di mappe stellari o, a piacere, di sequenze genetiche chitauriane o di protolinguaggi kree e shi’ar.
Scena successiva: dopo aver richiamato tutti naa sala, è lì che sta illustrando con parole semplici a generali, ammiragli, segretari di stato e plenipotenziari assortiti, peraltro senza alcun bisogno di interpreti, il da farsi per poter risolvere la situazione in maniera pulita e brillante, minimizzando le inevitabili perdite.

Insomma, Thanos, col suo Guanto dell’Infinito, a Giamma je spiccia casa3.

Esperto di qualunque cosa si muova, stia ferma, parli, scriva, suoni, canti o balli, Giamma si diletta da par suo anche di musica, e insieme all’amico don Andrés ne ha già combinata qualcuna davvero interessante.
Ascoltare per credere.


1 Come chi? Aiutino.

2 Ad esempio, qui.

3 Esempio di come tale espressione si intenda in un contesto metaforico.


sor Gianluca

(Immagine realizzata da sor Gianluca medesimo, grazie a un’idea di Deb, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Agente segreto giallorosso per nulla in incognito, gestore di calendari di gruppi social da 2000 componenti in su e sollecitatore di impegni presi e dimenticati da alcuni dei componenti medesimi, Gianluca è persona cortese e raffinata che non manca mai di ascoltare tutti per poi infilare lì un commento puntuale e preciso come una stoccata di Paulino.

Appassionato di viaggi, di fotografie e daa Roma (of course), fra le Astute & i Coraggiosi spicca come membro autorevole e saggio proprio in virtù del fatto che, come ricordato, suole solitamente farsi i ca[ehm] gli affari suoi, salvo intervenire alla bisogna, ad esempio per regalare ai propri amici e al mondo intero una galleria di avatar che lèvate proprio.

Ce ne fossero!



Elle

Immagine realizzata tramite AI © Dario Angelo 2026

Misteriosa e sfuggente, l’immagine qui sopra è un’elaborazione grafica di una sua foto parecchio sfocata di una festa di Halloween di ant’anni fa, trovata per caso su un social dall’autore sfogliando distrattamente un album virtuale piuttosto datato di questa sua nuova e particolare amica.

Misteriosa e sfuggente, dicevamo, e anche intelligente, arguta e tagliente come poche altre persone da lui conosciute, per non dire nessuna.

Non si sa di preciso né dove viva (a Roma, d’accordo, il cui territorio si estende per un diametro di 60 km, dunque boh) né quanti anni abbia né che lavoro svolga, se non in termini piuttosto vaghi e generici.
La sola cosa nota di lei è che ama scrivere e raccontare esperienze proprie e altrui almeno tanto quanto è riservata e protettiva nei confronti di se stessa e delle pochissime persone a cui tiene davvero. Un manipolo di affetti e – diciamolo – di eroi ai quali il nostro, di eroe, è onorato di appartenere.

Elle per tutti, tutti per Elle!



Giovanni

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb, col supporto tecnico-tattico di Giovanni medesimo e di Alessandro, nonché il prezioso ausilio dell’AI)

Abbeveratosi alla fonte dell’eterna giovinezza (della quale peraltro si rifiuta di svelare dove si trovi, dannazione; o forse, a giudicare dai risultati, se l’è scolata tutta, poesse), Giovanni ha 87 anni come Aragorn in Le Due Torri, ma ne dimostra 28 o 29 al massimo. Grande appassionato di storia dell’Agro Pontino, di apparecchiature elettroniche, di tutto quanto possa essere riparato, scambiato o venduto, è anche un fine estimatore e intenditore di calcio e con l’amico don Andrés trascorre pomeriggi, sere, nottate e fine settimana a discettare sulle ipotesi di valorizzazione, e di spendibile utilizzo in campo, di un peperino come Zaragoza.
Visti i risultati dell’interessato, la discussione è destinata a protrarsi a lungo.

Divulgatore ferrato e piacevolissimo, è anche il promotore di tormentoni assimilati dal telecronista sportivo Sandro Piccinini, che ormai non se li ricorda nemmeno più. Noantri invece sì: nella nostra chat di gruppo, così come anche e volentieri di persona, è tutto un “che giocatore!” e “proprio lui!”.

Mitico Gio!


Gli sbiaditi

Fondata nel 1900, la Società Sportiva Lazio scelse come proprio il nome della regione di appartenenza, anziché quello della città.

Una cosa che ai primi del Novecento facevano parecchie altre squadre: esistevano infatti il Piemonte, la Liguria, e così via.

La parola chiave è “esistevano”. Di tali compagini si è persa ogni traccia da prima che Berta filasse: al giorno d’oggi, l’unica società di calcio professionistica che ancora porti il nome di una regione, o per meglio dire di un territorio, è il Südtirol, per ovvie motivazioni identitarie.

Il calcio, fra l’altro, non fu fra le discipline contemplate dalla suddetta polisportiva all’atto della propria costituzione, che annoverava podismo e canottaggio. Poi, a un certo punto piacque loro pure il pallone, e potrei anche disturbarmi a verificare in quale anno inizino a comparire negli annali dei campionati di calcio, ma francamente me ne infischio.

Fu questo, probabilmente, cioè lo scopo per cui tale esimia società venne fondata, a ispirare i costituendi nel prendere spunto, per i colori, dalla bandiera della Grecia, antica patria delle Olimpiadi.

Peccato che la bandiera greca sia bianca e blu, come si può ben notare nell’immagine tratta da Wikipedia. Invece l’esimia società podistica scelse il bianco e l’azzurro, vai a sapere perché, con predominanza di quest’ultimo.

Da cui, ça va sans dire, essi meritano e meriteranno per sempre l’appellativo di “sbiaditi1“.

Come simbolo scelsero l’aquila, in onore dell’aquila imperiale romana, e fu l’unica cosa davvero azzeccata che fecero per sottolineare un qualche legame di appartenenza alla romanità. Solo che con quest’aquila c’hanno fatto du maroni tanti.
Negli ultimi anni hanno pure avuto la brillante idea di ingaggiare un falconiere, che ne libera una, di aquila, prima delle loro partite in casa; il povero nobile animale si fa un voletto nella porzione di cielo racchiuso dalla copertura dello stadio Olimpico e poi torna a posarsi sul guantone del suo conduttore. Come se la Roma, prima delle partite, mandasse fuori la propria mascotte a portare al guinzaglio un vero lupo ridotto in cattività, facendogli fare un giro di campo a guisa di scimmietta ammaestrata.
Che tristezza.

Per quest’altro motivo, fra gli sfottò romanisti versus laziali comparve a un certo punto il motto “povero gabbiano” (come quello raffigurato in apertura e tratto da qui), che in romanesco viene contratto in un più efficace “poro gabbiano”.

Per chi non ne fosse a conoscenza, giova ricordare che sia l’esimia società che i propri tifosi nutrono un’autentica ossessione nei confronti della Roma: non mancano di ribadire a ogni piè sospinto un loro presunto diritto di primogenitura e di effettiva e peculiare rappresentanza della città di Roma2.
Di cui non portano né il nome né i colori, ancora disponibili e dunque giustamente fatti propri da Italo Foschi e dai presidenti delle altre società di calcio romane dell’epoca (tutte tranne l’esimia, si capisce, che nell’occasione avrebbe voluto mantenere sia nome che colori propri e rimpinguare le proprie casse con gli apporti di quelle altrui), allorché, nel 1927, scelsero di fondarsi per costituire l’Associazione Sportiva Roma, sempre sia lodata e con essa i padri fondatori.

La Roma divenne ben presto la squadra più tifata e seguita della Capitale, così è stato da allora ed è ancora più marcato ai giorni nostri: recenti studi condotti con rigore scientifico hanno certificato ciò che già era noto e verificabile: ovvero che, calcisticamente parlando, Roma è giallorossa; il tifo laziale è minoritario in ogni zona della città e prevale perlopiù nelle periferie e nei centri limitrofi. L’esimia società, peraltro, nella Città Eterna che pretende di rappresentare, non ha nemmeno la sede: la sua sede sociale è a Formello, comune a se stante che non fa dunque parte di Roma Capitale (a differenza di Ostia, ad esempio, da cui proviene il nostro Danielino).

Credo che, a questo punto, sia superfluo spiegare per quale motivo, nel modo più neutro e meno irrispettoso possibile, io sia solito riferirmi ai “cuggini” come ai “periferici”.


1 A dire il vero, qualche anno fa ci fu un gruppo (o forse più di uno, ma non ha importanza), all’interno del tifo organizzato laziale, che tentò di risolvere questa contraddizione al grido di “noi siamo i biancoblù”, senza riscuotere molto successo. Tifo organizzato laziale, peraltro, di cui ampie branche sono dichiaratamente e orgogliosamente fasciste, meritando quindi appieno l’appellativo spregiativo dedicato loro dai tifosi giallorossi: “fogna de sta città”.

2 Potrebbe sembrare un’innocua questione di campanilismo, e in fondo lo è, perché, diciamocelo, chisselincula quelli. Ma i loro rappresentanti societari e non pochi tifosi si rendono spesso e volentieri protagonisti, sui social e non solo, di certi cortocircuiti mentali tanto assurdi da indurmi talvolta a pensare, al pari di Rami Malek in Mr. Robot, “non so nemmeno più cosa sia reale”.


Il Barone

Nils Liedholm è stato un grande calciatore svedese, faro di centrocampo di un Milan d’altri tempi, e un allenatore se possibile ancora più grande, su varie panchine ma soprattutto su quella della Roma, cui è legato in modo indissolubile (non credo sia un caso se la foto che qui lo ritrae, tratta dalla pagina Wikipedia a lui dedicata, lo mostra con indosso la tuta daa Maggica).

Personaggio di grandi doti umane prima ancora che tecniche, fine umorista nordico, colui che ci insegnò come sia meglio far correre la palla anziché correrle appresso poiché lei, la palla, non suda, Liddas fu il tecnico del secondo storico scudetto giallorosso e colui che guidò la Roma al soglio di quello che – finora – rimane il gradino più alto mai raggiunto dalla società e dalla squadra.
Poi si può sempre migliorare, non poniamoci limiti, ma ancora oggi quel traguardo rimane ineguagliato, e dunque sempre daje, Barone nostro.


Il Bomber

Roberto Pruzzo, qui insieme a Bruno Conti in una foto tratta da questo articolo, è stato uno dei più grandi attaccanti che abbiano vestito la maglia della Roma.

Per oltre due decenni è rimasto capocannoniere all time nella storia daa Maggica, prima di venire sorpassato e più che doppiato da Checco, cosa che – al contrario di ciò che uno potrebbe pensare – è un onore di cui andare fieri. Ovvero, quello di meritare a vita la piazza d’onore, appunto, al fianco del più grande di tutti i tempi.

Campione d’Italia nell’anno santo 1982-83, tre volte capocannoniere della Serie A, Pruzzo ebbe un merito del tutto particolare che mi riguarda da vicino: fu lui a segnare il goal che mi distrasse da ciò che stavo facendo in quel momento, una sera di tanti anni fa, attraendomi verso la luce, verso una storia pazzesca e bellissima che non avrà mai fine, che se solo ci penso i brividi mi vengono. Sia sempre lode a te, Roberto Pruzzo.


Il Demone Biondo

É stato il capo di Bill in un tempo ormai remoto. Constatazione da leggersi con enorme sollievo.
Come lui stesso ha scritto, trattavasi di “uomo di piccola statura e paffutello, con un paio di baffoni biondo cenere e una chioma leonina del medesimo colore, pareva una sintesi fra il compianto Alberto Castagna e il professor Dairi di Jeeg Robot d’Acciaio“.

Professore del quale vediamo un’immagine tratta da qui, in una posa che neanche a farlo apposta si presta benissimo al paragone, dato il caratterino assai poco raccomandabile del suddetto boss.

In estrema sintesi, sempre per citare Bill, a fucking asshole.

É senz’altro possibile che questo “simpatico” personaggio possa tornare in qualche racconto futuro. Ecco dunque spiegato il motivo per cui gli si dedica una scheda segnaposto: giusto per non doverlo poi, nel caso, reintrodurre da capo.