Marco

(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)

Giallorosso di fuori le mura, all’incirca come l’autore, l’amico tarantino viene raffigurato ormai da tempo con indosso una maglia del Milan. Il motivo di tale rappresentazione si è ormai perso nella memoria dei più, probabile che centrasse una scommessa o qualcosa del genere. Forse un giorno qualcuno ricorderà alla compagnia le circostanze in cui nacque la cosa, che è peraltro destinata a durare nei secoli.

Marco è uno di quei rari tifosi che unisce la passione calcistica a una competenza autentica: lui di calcio ne sa, e ne discute con misura, precisione e dovizia di particolari, fornendo argomentazioni sempre motivate e interessanti, anche quando si tratti di semplici auspici.

Tutto ciò ci fa tornare in mente che il ruolo di senior advisor della proprietà giallorossa è ancora vacante, e che l’autore potrebbe avere concorrenza nel proporre la propria candidatura1. Meglio sbrigarsi.


1 Vedasi a tal proposito la scheda di Donato.


Marlena

Victoria De Angelis, bassista dei Måneskin, in una foto tratta da qui.

Marlena è una figura retorica ricorrente nei testi dei Måneskin (con riferimento particolare al brano Torna a casa) e personifica la musa ispiratrice della band.
Mi è gradita l’occasione per ricordare che il frontman Damiano David, oltre a essere un gran figo, è pure romanista fracico. I love him.

Completano il quartetto Ethan Torchio alla batteria, anche lui un figo da paura che vedrei bene a intepretare Uncas1 in un remake de L’Ultimo dei Mohicani (però chiediamo agli sceneggiatori di cambiare il finale e non farlo morire, dai, che a Uncas sono affezionato fin dalla più tenera età e parrebbe brutto anche nei confronti di Ethan, suvvia), Thomas Raggi alle chitarre, che pare sempre si sia appena svejato e pure de brutto (si scherza Thomas, vi si vuole bene a tutti e quattro) e, last but non least, la piccola, pestifera e cazzutissima Victoria De Angelis, non a caso scelta come volto daa scheda, al basso.

Daje regà!


1 Scopro oggi che Uncas è stato anche un reale personaggio storico, un grande sachem; il cui nome mi piace dunque supporre abbia ispirato James Fenimore Cooper per il proprio celeberrimo romanzo, uno dei miei preferiti di sempre. Bello. Non si finisce mai di apprendere cose nuove e interessanti!


Mire

Miralem Pjanić, Mire per gli amici (qui ritratto in una foto presa da qui), come parecchi sportivi di origine balcanica

parla un italiano migliore di quanto sappiano fare tanti madrelingua.

In più parla francese, inglese, tedesco, e non escludo che abbia già imparato pure l’arabo.

Arrivato alla Roma ancora giovanissimo, appena 21 anni e già colonna dell’Olympique Lione – con cui si era fatto notare sui palcoscenici del calcio europeo d’élite meritandosi il soprannome di “pianista” – è rimasto in giallorosso 5 anni nei quali ha mostrato di avere testa fina e piedi sopraffini, meritandosi il soprannome di “principino” e la sincera amicizia di Checco, garanzia di qualità.

Nei suoi 5 anni alla Roma non riesce purtroppo a vincere nulla, così decide di trasferirsi alla Juventus con cui inizia subito a inanellare trofei di un certo peso.
Molti suoi ex tifosi miei correligionari non gli perdonano questo tradimento, io non sono fra questi. Anche se poche cose mi fanno sanguinare gli occhi come vedere un mio stimato ex indossare delle strisce pedonali, dal punto di vista di un calciatore professionista (peraltro non romano e nemmeno italiano) che ambisca a un avanzamento di carriera, la sua fu una scelta comprensibile che merita rispetto.
Del resto, mica è andato a giocare in periferia1.


1 Velatissimo riferimento agli sbiaditi.


Montemario (tribuna)

Fonte A.S.Roma

Monte Mario è un’altura che sorge sulla riva destra del Tevere nella zona nord-ovest di Roma, dalla quale prende il proprio nome la tribuna dello Stadio Olimpico orientata in direzione di essa. Sapete come si chiama invece la tribuna opposta? Chi ha risposto “Tevere” ha indovinato, oppure è stato lesto a controllare la mappa qui sopra.
In effetti, la tribuna di fronte alla Montemario sorge a poca distanza dalla suddetta riva destra. Aggiungiamoci le curve, Nord e Sud come i punti cardinali, e la nomenclatura delle quattro aree dello stadio è fatta.

La Montemario ospita i settori più prestigiosi e costosi, i palchi delle autorità, la sala stampa e le postazioni per radio e TV, i box esclusivi tipo quelli che si vedono nei film di Hollywood che raccontano storie di baseball o di football americano, nonché le aree di ristoro per gli ospiti VIP, i frequentatori più abbienti e i loro invitati (dove se magna e se beve, ‘nsomma, poi se avanza tempo per buttare un occhio alla partita, mejo).
Essendoci stato, pur se finora una sola volta – in cotanta hospitality area, intendo -, posso dire che si tratta di un’esperienza superiore alle aspettative e di quelle a cui ci si può abituare fin troppo bene, purché si abbia denaro da spendere o si conosca qualcuno che ti inviti.
E’ facile incontrarvi personaggi famosi della politica e dello spettacolo, allenatori e CT della Nazionale e soprattutto ex calciatori giallorossi che, se approcciati con il dovuto garbo ed educazione, si dimostrano persone disponibili e alla mano come chiunque altro.
Del resto, per loro si tratta di situazioni abituali in un contesto che a tutti gli effetti è un po’ come se fosse casa propria.

Il lato di campo della tribuna Montemario è quello da cui vengono effettuate le riprese televisive della partite, il lato da cui si affacciano le uscite degli spogliatoi e dal quale dunque i giocatori escono sul terreno di gioco, e verso cui si schierano per gli inni e il saluto pre-partita.
Per chi sia abituato a seguire le partite della Roma in TV si tratta quindi di una prospettiva molto familiare. E’ anche la prospettiva da cui ho veduto dal vivo Checco entrare in campo per la sua ultima partita con la sola maglia che abbia mai indossato, e dalla quale più tardi l’ho visto iniziare un giro di campo infinito che lo avrebbe portato a consumare tutte le sue lacrime e noi le nostre.
Non vado spesso in Montemario, ma quando capita ne porto a casa quasi sempre ricordi affatto banali.

Paulino

Paulo Dybala la sera della presentazione all’EUR (foto da qui)

Paulo Dybala, piedi fatati e volto immagine della mitologica fonte di eterna giovinezza, arrivò in Italia ancora giovanissimo grazie a una delle numerose e felici di intuizioni di Walter Sabatini, mettendo subito in mostra le proprie notevolissime doti tecniche con indosso la maglia del Palermo, andando a formare una temibile coppia d’attacco con il Gallo Belotti.
Passò poi alla Juventus, ma nemmeno quella casacca triste e omologante riuscì a immalinconirne il talento e lo sguardo sempre vivace: il ragazzo seppe restare umile e dimostrarsi un esempio costante di stile e di capacità pallonare non comuni.

Dopo sette anni colà, grazie a un magistrale coup de théâtre della dirigenza romanista approdò da svincolato alla Maggica, che per l’occasione gli fece trovare in rosa anche il suo vecchio amico Andrea e gli organizzò una presentazione in stile hollywoodiano al Colosseo quadrato dell’EUR, per un bagno di folla e di affetto la cui impagabile sorpresa dipinta sul suo volto ancora allieta i nostri ricordi e (ne siamo certi) anche i suoi.
Paulino si rese fin da subito conto di essere capitato in ben altro mondo e si rese fin da subito degno di una tale accoglienza, iniziando a sfornare goal, assist e numeri a ripetizione e diventando in due balletti uno dei più amati idoli della piazza giallorossa, cui seppe regalare giorni e notti memorabili e molti altri ancora, senzadubbiamente, ne regalerà.

Daje sempre Paulì!


Pluto

La prima volta che vidi Pluto (qui nel novembre 2018 in un selfie insieme a Bill, che fa una faccia come uno che manco se capacita), durante una partita in TV, fu in occasione di un incontro della nazionale brasiliana di fine anni ’80, non ricordo di preciso quale né contro chi.

Lui e Mozer erano la coppia di difensori centrali dei verdeoro, e mi venne da pensare “mazza quanto so brutti questi!”

Poi Alda venne da noi e non mi ci volle molto per cambiare opinione su di lui, perché oltre a essere fortissimo ai miei occhi divenne anche bellissimo, un vero adone!
(Mozer invece no, brutto mi pareva e brutto mi pare ancora oggi, mamma mia che impressione!)

Credo sia l’unico giocatore della Roma ad aver giocato sia con Rudi che con Checco, il che ne fa un autentico trait d’union fra due epoche eroiche.

Ricordo ancora quella sera di agosto. Mi trovavo sugli spalti dell’Olimpico, ad assistere alla consueta amichevole di presentazione pre-season; erano già sfilati tutti i componenti della staff tecnico e della rosa, annunciati dallo speaker che era ancora il mitico Carlo Zampa, tutti belli allineati in mezzo al campo. Allorché Carlo disse una cosa tipo: “è il momento di un giovanissimo” (e già lì iniziammo a capire qualcosa), “ha appena trovato l’intesa con il presidente per un altro anno, il tredicesimo! Con il numero 6!! Pluto!!”.
Al che tutto lo stadio proruppe in un ALDAIIIIIR!!!! di tale possanza che avrebbe schiantato cuori meno avvezzi a tanto appassionato amore.
Poco ci mancò che mi partisse la pompa, come direbbe un altro Carlo de noantri, Verdone.

ROMA (associazione sportiva)

La squadra di calcio che porta il nome e i colori della città più bella del mondo non poteva che essere la squadra più bella del mondo, non a caso definita Magica o, per meglio dire, ‘a Maggica.

La maglia della Roma è di conseguenza la più bella del mondo: per i propri tifosi è come una seconda pelle ed è stata indossata da così tanti grandi giocatori che a ricordarli tutti tocca mettersi comodi e avvisare i parenti che semmai ci si risente più in là.

Fra questi grandi giocatori si annoverano fin dai primordi autentiche figure leggendarie che hanno scritto pagine indelebili della storia del calcio, sia italiano che internazionale. Checco è solo il più recente e fulgido esempio di esse, intese sia come figure che come pagine, ma è sufficiente partire dalla lettera A e ricordare Amadei e Ago, solo per citarne un paio.

Per la squadra vale quanto detto a proposito della città che essa contribuisce a rappresentare nel mondo, ovvero che è come la mamma, la sorella, ecc.
Detto ciò, alla Roma – intesa come precisa figura storica e mitologica in quanto squadra formata da giocatori leggendari – si ascrive anche un particolare merito che possiamo definire fondamentale: senza di essa non ci troveremmo qui, né a parlare di Roma e dintorni né, forse, di altro.

A maggior ragione, dunque, sempre forza magica Roma.


ROMA (città)

Capitale d’italia e ombelico del mondo, detta anche Urbe, Città Eterna e Caput Mundi, è la città più bella e più importante dell’intera superficie terrestre. Ce lo assicura Bill, lo sguardo deciso e compiaciuto con alle spalle il Foro di Augusto o quel che ne resta, nell’immagine qui a fianco.

Ma si sa, per noialtri Roma è prima di tutto un luogo dell’anima e di sentimenti profondi e ancestrali, del resto la mamma è sempre la mamma, di più bella al mondo non ce n’è.

Sotto il suo cielo c’è sempre casa. Fra le sue vie e le sue piazze, gli strati su strati di storia a cielo aperto, i suoi muri colorati case vicoli e palazzi1, le rive del padre Tevere ombreggiate dai platani, i monumenti che a contarli famo notte, i quartieri signorili e quelli popolari, le vedute che ti riempiono gli occhi e lo spirito, la secolare impagabile accogliente ironia dei suoi abitanti, fra tutto questo e ovunque sia Roma, insomma, ci perderemmo volentieri e per sempre con fanciullesco trasporto.
Ma per sempre sempre?
Per sempre sempre.

Se potessimo scegliere come verremo ricordati, ci piacerebbe che dicessero di noi che un giorno fummo chiamati a ritrovare il sentiero verso una casa che non sapevamo di avere, ma che scoprimmo essere già nei nostri cuori da tempo immemorabile.
E da allora fu per sempre.


1 Scusa Cocciante, non ho resistito.

Ronnie

Roma, 8 aprile 2026 © Dario Angelo

Abbiamo avuto molti cani, solo un paio di essi hanno mostrato un’empatia paragonabile a quella di questo meticcio border collie dal luminoso manto marrone scuro tigrato di nero, con riflessi rossicci alla luce del sole e affioramenti di ciuffi bianchi qua e là, come sul petto e sulla punta delle zampe posteriori.

I suoi occhi in particolare attirano lo sguardo dei più, tanto da essersi meritati l’ideazione un naming apposito per riferirsi al loro colore, OcchiDiRonnie, termine coniato da Ilaria che è una delle sue più commosse e partecipi ammiratrici.

Ronnie è diminutivo di Ronaldo e, presentandolo ad ammirati sconosciuti e curiosi col nome per esteso, l’autore non manca mai di aggiungere “Nazario da Lima”, per chiarire che ci si voglia riferire all’indimenticato e indimenticabile Fenomeno brasiliano. Perché, diciamolo, senza nulla togliere a CR7, non sussistono paragoni di sorta. Né a livello calcistico né, soprattutto, canino.

Da tredici lunghi anni compagno e animale guida del nostro eroe, il non più giovane ma ancora più che vispo canide si è imbarcato al fianco del proprio umano, a bordo di Vecchio Ronzino Meccanico, in un’avventura per cuori animali forti; senza peraltro battere ciglio ma soltanto la coda festosa, e mostrando capacità e spirito di adattamento davvero fenomenali.

Del resto, Ronaldi si nasce, non si diventa, perbacco.



OcchiDiRonnie

© Dario Angelo 2017

Particolare colore noce chiaro con riflessi di cioccolato e miele, riferito agli occhi del brillante canide qui ritratto che risponde al nome di Ronnie, la cui storia è tutta un programma.

La storia del cane, si intende; quella del colore invece è stata ideata e fissata per sempre nella memoria collettiva da Ilaria. Sia messo agli atti.