Sor Brunetto

Fonte Gazzetta dello Sport

Definire Bruno Conti (che viene da Nettuno e come lui non c’è nessuno) con una o comunque poche parole sarebbe impresa ardua, per tutto ciò che è stato e che ha fatto e che ancora è e fa. Voglio dunque mostrarlo nelle vesti e nel contesto in cui l’ho conosciuto, su un poster della Nazionale azzurra che partecipò ai Mondiali di Spagna del 1982 e, con grande sorpresa degli addetti ai lavori, li vinse.

Nella foto qui sopra si riconoscono volti famosissimi, alcuni dei quali appartengono a campioni amati e rimpianti che purtroppo non sono già più fra noi. Per coloro che ne conoscano pochi o nessuno (il che non è una colpa ma solo, al più, un peccato di gioventù, che non volge lo sguardo al passato tanto quanto sarebbe opportuno per conoscere un po’ di più di noi stessi), in piedi da sinistra ammiriamo: Dino Zoff, portiere e capitano, poi Francesco Graziani detto Ciccio, attaccante ancor giovane ma già scarsocrinito, i difensori Beppe Bergomi detto “lo zio”, giovanissimo ma già ipertricotico, Gaetano Scirea, Fulvio Collovati e Claudio Gentile. Accosciati, sempre da sinistra, la faccia da elfo silvano di Bruno Conti, ala offensiva; poi il bel volto gentile per una volta serio e non sorridente di Paolo Rossi detto Pablito, punta di eleganza, di fioretto e di efficacia; l’espressione granitica di Gabriele Oriali detto Lele – proprio quello di Una vita da mediano del Liga -; l’affascinante faccia da schiaffi di Antonio Cabrini detto “il bell’Antonio, terzino; per finire con il volto da eroe greco di Marco Tardelli, centrocampista destinato a imperitura memoria per una celebre sgroppata urlante, che ancora emoziona chi l’abbia veduta in diretta e tutti coloro che sono venuti dopo.

Per circa un paio d’anni questi volti mi furono familiari, così come i loro nomi, nonostante non avessi che una vaga idea dei rispettivi club di appartenenza. Fatta eccezione per i giocatori che provenivano dalla Juventus, poiché un poster simile a questo era appeso nella stanza dei giochi di due fratelli miei amici e vicini di casa, a casa dei quali alle volte trascorrevo qualche piacevole pomeriggio. Loro erano e sono juventini, dunque i propri beniamini, in quella foto, me li sapevano indicare senza nascondere un moto di orgoglio, nonostante si trattasse di una foto in maglia azzurra, pertanto di tutti, non certo solo degli juventini.

Poi, venne una sera in cui per la prima volta vidi giocare Bruno Conti con indosso la maglia della propria squadra di club, quella sua seconda pelle che sarebbe divenuta anche la mia. Anvedi, pensai, ma guarda un po’ chi ce sta. A dire il vero non lo pensai in romanesco, che ancora i panni in Tevere non li avevo sciacquati ed ero piuttosto lontano dal farlo, nel tempo come nello spazio. Ma il senso della mia sorpresa fu quello. E fu sera e fu mattina. E fu Roma. Per sempre.


Sulyenne

Immagine realizzata tramite AI © Dario Angelo 2026

Amica di lunga data dell’autore, sono ormai alcuni lustri, Sulyenne non è il suo vero nome ma, se dessimo troppe informazioni, potremmo immaginarne senza alcun tema di smentita lo sguardo severo e le labbra serrate, con sul viso un’espressione fra il “really?” e il cipiglio di chi voglia tirare una testata al nostro malcapitato eroe. Restiamo sul vago, dunque, che è più salutare, ah ah ah!

Il superbo animale qui rappresentato è colui, anzi, colei, che Sulyenne si sente, anche se il corno dorato dell’unicorno è nostra licenza poetica, a sottolineare la di lei unicità.

Sulyenne, infatti, così riservata e superbamente fiera, è un’autentica regina guerriera. Una persona che ha saputo lavorare su di sé e crescere in direzioni, altezze e profondità che lei stessa, un tempo, non avrebbe potuto (né, forse, voluto) immaginare. Una donna che non farà che avanzare libera e bella, e risplendere sempre di più, questo è certo.

Così com’è certo che lei e l’autore, che si sono garbati e voluti bene a vicenda fin dal primo giorno e continuano a coltivare un rapporto e un dialogo speciale, reciprocamente nutritivo e che si colloca oltre le distanze e il passare degli anni, proseguiranno a supportarsi (e a sopportarsi, alla bisogna), a domandarsi e insegnarsi cose l’una all’altro molto a lungo. Almeno fino a che ghiaccerà l’inferno.

La nostra parola in pegno.



SuperMarco

Marco Delvecchio arrivò alla Roma ancora giovanissimo a seguito di uno scambio con l’Inter, durante una finestra di mercato di gennaio nella quale Marco Branca prese la direzione opposta verso la Pinetina.

Inizialmente si temeva che a guadagnarci fossero stati i meneghini, ma la storia avrebbe poi ampiamente smentito i dubbi della prima ora.

Prima punta o all’occorrenza attaccante esterno, SuperMarco fu un interprete tattico imprescindibile nella formazione che conquistò il campionato 2000-2001, segnando anche parecchi goal.
Per lungo tempo è stato anche il recordman delle reti realizzate nei derby, per venire infine superato, ça va sans dire, dal solito Checco.
Essere titolare della piazza d’onore – in tale particolare classifica – al cospetto del più grande di tutti, è comunque un vanto e una cosa non da poco.

Gli vorremo sempre bene, e non certo solo per quello.


Torino

Torino, di cui in questa mia foto del 2013 possiamo osservare uno degli ingressi al Borgo Medievale – la Torre-porta di Oglianico – ovvero l’accesso a uno dei luoghi che più mi piace frequentare colà, è una metropoli sabauda rimasta in gran parte ferma ai tempi dei Savoia, anche se ogni tanto qualcosa eppur si muove, anche lassù.

Antica capitale del Regno di Sardegna e prima capitale del Regno di un’Italia per la prima volta riunita sotto un unico vessillo dai tempi dell’Impero Romano (sempre ave) – primogenitura di cui i torinesi sono soliti vantarsi tantissimo, manco Roma l’avessero costruita loro anziché il contrario, diciamo – ai giorni nostri è, molto più sobriamente, il capoluogo della regione Piemonte, nonché ex centro nevralgico di uno dei poli industriali più importanti del paese, quella fabbrica di automobili e annessi e connessi alla cui relativa real casa moderna si deve anche la piaga imperitura della seconda squadra di calcio cittadina.

Città con cui ho sempre avuto un rapporto complicato, che solo in tempi recentissimi si sta evolvendo verso una più serena e perfino (incredibile ma vero) gioiosa frequentazione, a conti fatti ha davvero molte cose da offrire. Occorre solo avere la pazienza di cercarle, queste cose, e non farsi scoraggiare dal grigiore e dalla cupezza di secoli di immobilità sepolcrale, che ancora aleggiano su certe vie, prospettive, portici e piazze di cui i torinesi, manco a dirlo, vanno particolarmente orgogliosi.
Del resto, li si può forse provare a capire: per molti di loro il mondo comincia poco più a nord, ai confini segnati dalla chiostra delle Alpi e dal massiccio del Monviso, e finisce poco più a sud, a Moncalieri. Dopodiché, hic sunt leones.


U2

Celeberrimo e da me amatissimo gruppo pop-rock irlandese, qui immortalato in una foto tratta da Rolling Stone.

Nel caso non li abbiate presenti e ancor meno conosciate i loro nomi e ruoli musicali (può capitare, siam qui per questo), trattasi di: Adam Clayton – primo da destra – al basso, Larry Mullen Jr – primo da sinistra – alla batteria, David Evans meglio noto come The Edge – quello col berretto – alle chitarre, Paul David Hewson meglio noto come Bono (in precedenza Bono Vox) al microfono.
Come già sapete, se un po’ mi seguite, è quest’ultimo che io chiamo Vate.

Recupero dal web una nota biografica che non ricordavo: sono nati, come gruppo, nel 1976. Sapete chi è altri è nato nel 1976? Checco.
Che annata eccezionale!


Vecchio Ronzino Meccanico

Genova, 12 marzo 2026 © Dario Angelo

Lancia Ypsilon 1.2 allestimento Oro nei colori bordeaux sansovino e grigio tortora, consegnata a ottobre 2008, dunque (al momento della stesura della presente scheda) non ancora maggiorenne, a dispetto degli anni ha da poco superato il traguardo dei centomila chilometri lanciata lungo la Pontina, mostrandosi in piena e vigorosa efficienza.

Comoda anche se ormai obsoleta e dal bagagliaio limitato, il sedile posteriore impellicciato ormai divenuto the Ronnie‘s spot1, piacevole da guidare e grintosa il giusto in città (sulle strade veloci molto meno, ma non si può nemmeno pretendere di più, da un’auto di questo segmento e configurazione), come ebbe a dire in tempi non sospetti il suo attuale meccanico: a l’è n’tel bun ca và2.

E noi andiamo. All’avventura, sempre più a lungo e sempre più lontano, a ripijasse tutto quel che è nostro. Daje.


1 Riferimento, ça va sans dire, al più celebre “spot” televisivo degli anni Duemila

2 É nel buono che va (dal piemontese, NdA)



Vincenzino

Fonte A.S.Roma

Vincenzo Montella è stato sia attaccante che allenatore della Roma.
Nelle vesti di numero nove contribuì a suon di reti (alcune delle quali spettacolari e importantissime, come la palombella a Seba Rossi contro il Milan in casa e il tocco da sotto misura contro la Juve a Torino) alla conquista di un tanto atteso quanto meritatissimo scudetto, nella stagione 2000-2001. Da allenatore non gli venne data invece l’occasione di preparare una stagione dall’inizio, dopo aver mostrato cose incoraggianti subentrando in corsa in quella precedente.

Chiamato l’Aeroplanino per il suo modo di esultare ad ali spiegate dopo un goal, vanta fra le tante altre cose il merito di aver segnato ben 4 reti in un derby e aver fatto girare talmente la testa al suo diretto marcatore (Alessandro Nesta, non certo uno sprovveduto e peraltro capitano) da costringerlo all’abbandono nell’intervallo di gara.
L’immagine d’archivio qui sopra lo ritrae proprio mentre festeggia una di quelle quattro per[ehm] segnature.

I più attenti ricorderanno che, nella medesima occasione, a suggellare il risultato per la Roma fu il solito Checco, con un cucchiaio dei suoi servito da fuori area, nella celebre sequenza che lo vide – subito dopo – correre festante dalla parte opposta del campo per inginocchiarsi sotto un settore della Montemario, sollevare la divisa di gioco e mostrare al di sotto di essa una maglietta bianca con sopra una dedica alla sua futura fidanzata, moglie e madre degli eredi. Per amore di questi bei ricordi mi taccio su tutto ciò che sarebbe successo vent’anni dopo e che ancora si trascina.
Capitano mio Capitano, sempre e comunque.

(Ma non si stava parlando di Montella? Come al solito divago, totteggio.)


Dino Viola

(Fonte A.S.Roma)

Dino Viola, toscano, ingegnere, romanista.
Fu il mio primo presidente e, nonostante tutto ciò che Franco Sensi ha voluto e saputo fare per la Roma, e tutto ciò che chi è venuto dopo ha voluto e saputo fare e farà (non poniamo limiti né all’immaginazione né alle capacità imprenditoriali texane, daje sempre Dan), resterà in eterno il mio Presidente per eccellenza. Il primo presidente non si scorda mai.

Colui che ha portato a Roma Carletto Ancelotti, Paulo Roberto Falcão, Zibì Boniek, Rudi Völler, e di certo me ne sto dimenticando qualcuno di pari importanza, per non parlare di uno storico scudetto vinto quarantuno anni dopo il precedente e fin lì unico, non è stato semplicemente un uomo: è stato la Roma. Sempre sia lodato.

Non è un caso che abbia scelto di ricordarlo con un’immagine che lo ritrae sul prato dell’Olimpico di fronte al proprio pubblico, in un momento in cui riceve o consegna un premio, non è che si capisca bene ma non ha importanza. Il dettaglio importante (e mi si perdoni se lo definisco dettaglio) è l’altra grande persona che si può notare alle sue spalle, maglia della Roma indosso e fascia da capitano al braccio: Ago, il mio primo Capitano. In loving memory di entrambi.



Zibì

Rudi VOELLER, rechts, Deutschland, Fussballspieler, AS Roma und Zbigniew Boniek , Polen, AS Roma, Mitspieler, freundschaftliche Umarmung, halbe Figur, Halbfigur,, undatierte Aufnahme 1988, Â Dostawca: PAP/DPA (qui la fonte)

Zbigniew Boniek, detto Zibì per semplicità, grande personaggio prima ancora che grande calciatore “polifunzionale” – come direbbero quelli bravi -, cioè capace di interpretare al meglio qualunque ruolo, non trovò subito la strada verso Roma, venendo cooptato dalla Vecchia Signora con cui trascorse i suoi primi tre anni italiani.
Apprezzato, sì, ma non così tanto in fondo, nonostante l’ottimo affiatamento calcistico e umano con monsieur le Roi. Finché, finalmente, approdò a lidi più congeniali al suo talento eclettico ed efficace al medesimo tempo, sia dal punto di vista tecnico-tattico, sia sotto il profilo del calore e dell’affetto di cui venne investito da parte dei tifosi più tifosi del mondo. Zibì è uno dei tantissimi grandi del calcio che una volta scoperta Roma, in particolar modo la Roma giallorossa, vi è rimasto legato per sempre in piena e amorevole reciprocità. Proprio come Rudi, non a caso ho voluto qui omaggiare entrambi con una foto che li ritrae insieme.

Ci fu una Roma che schierava in campo contemporaneamente leggende mondiali del calibro di Zibì Boniek, Bruno Conti e Rudi Völler, per tacer di tutti i compagni loro, e io l’ho vissuta. Basterebbe forse questo per poter dire di non aver vissuto invano.
Non solo per questo, ma anche per questo, non saremo mai abbastanza grati al presidente Dino Viola. Sempre sia lodato.