Sebastiano Nela detto Sebino è molto più di un grande ex calciatore ed ex dirigente sportivo della Roma. É un pezzo de core (qui ritratto in un’immagine tratta da qui).
Terzino talvolta destro ma soprattutto sinistro della squadra di leggende che per prima mi condusse alla passione sportiva e poi a tutto il resto, ai giorni nostri è un signore elegantissimo che ho avuto il piacere di incontrare di persona,
conserva nei tratti inconfondibili la fierezza del tempo di gioventù e delle tante battaglie vissute sui campi di calcio.
Ora di battaglia ne sta affrontando un’altra, ben più impegnativa e sofferta, per cui non gli si può che augurare ogni bene. Picchia Sebino, ancora una volta. Daje!
Serena è pittrice e artista poliedrica, come si può notare (un esempio fra i tanti) dall’immagine a fianco, che raffigura la copertina di un libro delizioso interamente curato da lei fin nei più minimi dettagli: testi disegni dipinti grafica impaginazione, tutto insomma. Peccato che sia introvabile1, ma si può sempre sperare in una ristampa. (Lo dico per chi fosse interessato, io mi ero già prenotato una copia con largo anticipo, eh eh).
Oltre a onorarmi della sua amicizia, Serena ha realizzato gli splendidi ritratti delle attrici e degli attori a cui mi ispiro per i miei personaggi, alcuni dei quali avete già potuto ammirare fra queste pagine. I loro volti, dalle tele appese alle pareti del mio studio e degli spazi che percorro per muovermi dentro casa, mi osservano amichevoli e mi allietano con la loro presenza. E mi parlano, raccontandomi ciascuno la propria storia, quella che vado o andrò a mia volta a raccontare su JulianVlad & compagnia bella.
E’, questa, una delle peculiarità dello stile di Serena (e qui cito me stesso, non metto nessun link e vi sfido – se siete curiosi – a ritrovare il post; diciamo a guisa di una piccola caccia al tesoro, che in questo caso sono i suoi lavori, non i miei):
Di primo acchito, non saprei dirvi con precisione che cosa mi affascini di più, nelle opere di Serena, se la freschezza, la cura dei dettagli, le variegate luminosità, le scelte cromatiche o l’effetto scenografico. Ma, dopo una breve riflessione, la risposta giunge naturale: ogni quadro, anche quello di più piccole dimensioni, che raffiguri soggetti in movimento oppure raccolti in posa spontanea, racconta una propria storia. Ciascuno di essi risulta profondamente soggettivo, irripetibile, non solo in quanto opera originale, ma per la spiccata unicità del protagonista […]. E se non mi credete, fate bene: andate a sincerarvene con i vostri occhi
1 Doveroso aggiornamento: ho scoperto da poco che Serena ha ancora disponibili alcune copie del suo libro, oltre al calendario 2024 sempre realizzato da lei, speciali mazzi di carte e molte altre cose interessanti. Potete trovarla su Facebook! Non indugiate, che siamo quasi a Natale, su!
Definire Bruno Conti (che viene da Nettuno e come lui non c’è nessuno) con una o comunque poche parole sarebbe impresa ardua, per tutto ciò che è stato e che ha fatto e che ancora è e fa. Voglio dunque mostrarlo nelle vesti e nel contesto in cui l’ho conosciuto, su un poster della Nazionale azzurra che partecipò ai Mondiali di Spagna del 1982 e, con grande sorpresa degli addetti ai lavori, li vinse.
Nella foto qui sopra si riconoscono volti famosissimi, alcuni dei quali appartengono a campioni amati e rimpianti che purtroppo non sono già più fra noi. Per coloro che ne conoscano pochi o nessuno (il che non è una colpa ma solo, al più, un peccato di gioventù, che non volge lo sguardo al passato tanto quanto sarebbe opportuno per conoscere un po’ di più di noi stessi), in piedi da sinistra ammiriamo: Dino Zoff, portiere e capitano, poi Francesco Graziani detto Ciccio, attaccante ancor giovane ma già scarsocrinito, i difensori Beppe Bergomi detto “lo zio”, giovanissimo ma già ipertricotico, Gaetano Scirea, Fulvio Collovati e Claudio Gentile. Accosciati, sempre da sinistra, la faccia da elfo silvano di Bruno Conti, ala offensiva; poi il bel volto gentile per una volta serio e non sorridente di Paolo Rossi detto Pablito, punta di eleganza, di fioretto e di efficacia; l’espressione granitica di Gabriele Oriali detto Lele – proprio quello di Una vita da mediano del Liga -; l’affascinante faccia da schiaffi di Antonio Cabrini detto “il bell’Antonio, terzino; per finire con il volto da eroe greco di Marco Tardelli, centrocampista destinato a imperitura memoria per una celebre sgroppata urlante, che ancora emoziona chi l’abbia veduta in diretta e tutti coloro che sono venuti dopo.
Per circa un paio d’anni questi volti mi furono familiari, così come i loro nomi, nonostante non avessi che una vaga idea dei rispettivi club di appartenenza. Fatta eccezione per i giocatori che provenivano dalla Juventus, poiché un poster simile a questo era appeso nella stanza dei giochi di due fratelli miei amici e vicini di casa, a casa dei quali alle volte trascorrevo qualche piacevole pomeriggio. Loro erano e sono juventini, dunque i propri beniamini, in quella foto, me li sapevano indicare senza nascondere un moto di orgoglio, nonostante si trattasse di una foto in maglia azzurra, pertanto di tutti, non certo solo degli juventini.
Poi, venne una sera in cui per la prima volta vidi giocare Bruno Conti con indosso la maglia della propria squadra di club, quella sua seconda pelle che sarebbe divenuta anche la mia. Anvedi, pensai, ma guarda un po’ chi ce sta. A dire il vero non lo pensai in romanesco, che ancora i panni in Tevere non li avevo sciacquati ed ero piuttosto lontano dal farlo, nel tempo come nello spazio. Ma il senso della mia sorpresa fu quello. E fu sera e fu mattina. E fu Roma. Per sempre.
Amica di lunga data dell’autore, sono ormai alcuni lustri, Sulyenne non è il suo vero nome ma, se dessimo troppe informazioni, potremmo immaginarne senza alcun tema di smentita lo sguardo severo e le labbra serrate, con sul viso un’espressione fra il “really?” e il cipiglio di chi voglia tirare una testata al nostro malcapitato eroe. Restiamo sul vago, dunque, che è più salutare, ah ah ah!
Il superbo animale qui rappresentato è colui, anzi, colei, che Sulyenne si sente, anche se il corno dorato dell’unicorno è nostra licenza poetica, a sottolineare la di lei unicità.
Sulyenne, infatti, così riservata e superbamente fiera, è un’autentica regina guerriera. Una persona che ha saputo lavorare su di sé e crescere in direzioni, altezze e profondità che lei stessa, un tempo, non avrebbe potuto (né, forse, voluto) immaginare. Una donna che non farà che avanzare libera e bella, e risplendere sempre di più, questo è certo.
Così com’è certo che lei e l’autore, che si sono garbati e voluti bene a vicenda fin dal primo giorno e continuano a coltivare un rapporto e un dialogo speciale, reciprocamente nutritivo e che si colloca oltre le distanze e il passare degli anni, proseguiranno a supportarsi (e a sopportarsi, alla bisogna), a domandarsi e insegnarsi cose l’una all’altro molto a lungo. Almeno fino a che ghiaccerà l’inferno.
Marco Delvecchio arrivò alla Roma ancora giovanissimo a seguito di uno scambio con l’Inter, durante una finestra di mercato di gennaio nella quale Marco Branca prese la direzione opposta verso la Pinetina.
Inizialmente si temeva che a guadagnarci fossero stati i meneghini, ma la storia avrebbe poi ampiamente smentito i dubbi della prima ora.
Prima punta o all’occorrenza attaccante esterno, SuperMarco fu un interprete tattico imprescindibile nella formazione che conquistò il campionato 2000-2001, segnando anche parecchi goal. Per lungo tempo è stato anche il recordman delle reti realizzate nei derby, per venire infine superato, ça va sans dire, dal solito Checco. Essere titolare della piazza d’onore – in tale particolare classifica – al cospetto del più grande di tutti, è comunque un vanto e una cosa non da poco.
Gli vorremo sempre bene, e non certo solo per quello.