Francesco Totti, qui immortalato a 21 anni in un mio scatto dell’agosto ’98, durante la preparazione estiva della Roma a Predazzo in val di Fiemme (TN).
Impossibile tratteggiare in poche righe l’immensità sportiva di un giocatore unico e universalmente riconosciuto come leggendario.
Per quello ci si può in parte affidare ai freddi numeri snocciolati su qualunque pagina web a lui dedicata.
Ma solo In parte, perché i numeri non sarebbero comunque sufficienti a esprimere la meraviglia e la gratitudine sempre vive in chi ne abbia potuto ammirare la carriera, non di rado da vicino, nel corso di un quarto di secolo.
L’affetto che nutro nei confronti di Francesco (che chiamo familiarmente Checco, Capitano Eterno o “la luce1“) travalica da sempre l’aspetto sportivo, fino a renderlo persona cara quasi come se uno fosse di famiglia. Che è proprio una delle cose che lui non vorrebbe sentirsi dire, ma siamo fra pochi intimi e confido che nessuno glielo vada a riferire.
1 Tengo a sottolineare come questa mia definizione risalga a tempi non sospetti, parecchi anni prima dell’occasione in cui l’ex direttore sportivo Walter Sabatini ebbe a dire in pubblico, a proposito di Francesco, che fosse come “la luce sui tetti di Roma al tramonto”. Sia messo agli atti.
Nella sua autobiografia1Un Capitano, scritta con Paolo Condò, Francesco afferma di restare imbarazzato da certe esternazioni affettive rivoltegli dai propri tifosi. In primo luogo, dice, perché è timido.
Poi, perché non si capacita di cosa abbia fatto mai per meritarsi così tanto e persistente amore.
Su questo punto io e molti altri potremmo forse dargli qualche suggerimento ma, provando per un attimo a mettermi nei suoi panni (see, vabbè), in fondo lui è solo – si fa per dire – riuscito a realizzare il proprio sogno di bambino e a farlo durare per 25 anni. Sempre sia lodato.
Ultimo ma non meno importante, ancora si meraviglia di sentirsi approcciare quasi come se fosse uno di famiglia, e in modo particolare non sopporta di sentirsi dire cose tipo “per me sei come un figlio/un fratello”. Sostiene che sia una responsabilità troppo grande, perché un idolo sportivo va bene, dura finché dura poi si cambia poster e si appende quello dell’eroe di turno2 (parole sue). Il legame con un familiare invece è una cosa sacra, dura tutta la vita, è un peso troppo grande. Anche su questo aspetto provo a capirlo. In effetti, pensare che esistano decine di migliaia per non dire milioni di sconosciuti che ritengono di essere suoi padri, madri, zii, zie, fratelli sorelle e cugini di vario grado, sparsi per tutto il globo, dev’essere piuttosto inquietante.
Casomai non aveste letto il libro e non foste informati di certi dettagli, ora siete avvisati su cosa non dirgli nel caso lo incontraste. Non ringraziatemi: oltre che un piacere, è stata una lettura molto istruttiva prima di tutto per me.
1 Della quale qui sopra sfoggio orgoglioso la mia copia personale acquistata il giorno stesso dell’uscita, il 27 settembre 2018. Che casualmente è stato anche il giorno del suo 42° compleanno, in puro stile Guida Galattica. Non che avessi mai avuto particolari dubbi: la “mia” risposta fondamentale alla vita, l’universo è tutto quanto è sempre stata Checco, autobiografia compresa, ah ah! (Scusa Douglas, non ho resistito)
2 Sarà. Da parte mia le immagini dei miei eroi alle pareti non le sostituisco ma aggiungo mano a mano quelle degli ultimi arrivati. È comunque noto che io sia un tipo particolare; e ho quasi finito lo spazio libero sui muri, prima o poi toccherà cambiare casa.
Damiano Tommasi (qui immortalato da Bill a cui sembra domandare “ancora tu, ma non dovevamo vederci più?”, con l’altro che pare rispondergli “checcevoifà Damià, è ‘nattimo, stacce”) non è uno che si vanti, ma potrebbe, di essere stato non solo un ottimo centrocampista, non solo MVP dell’anno santo
doo scudo 2000-2001, ma pure il giocatore accanto al quale Checco nostro è sceso in campo più volte. Un record per il quale lo invidiamo tutti davvero molto.
Inoltre, è forse uno dei pochi, se non l’unico, calciatore o ex tale della Roma che sappia dove si trovi Bra, perché c’è stato. E ce stavo pure io, quaa vorta, che ve lo dico a fare. Il racconto di quell’occasione sarà prima o poi oggetto di opportuna narrazione di antefatti, contesti e contenuti, parola di lupetto giallorosso. Daje.
Non ricordo con precisione chi fu a chiamarlo Danielino quando, poco più che ventenne, figurava già stabilmente in prima squadra e in nazionale, ma sono abbastanza sicuro che sia stato Spalletti (Lucianone) durante la sua prima esperienza sulla panchina giallorossa.
Ricordo invece come se fosse ieri l’occasione in cui Daniele espresse, durante un’intervista, il suo più grande rammarico: avere una sola carriera da donare alla Roma. Semper fidelis.
I Darklings sono irriverenti e spietate creature dell’oscurità (a loro modo pure simpatiche, dai) che compaiono in varie opere letterarie e non; nel nostro caso, il riferimento è agli agenti della Tenebra dell’universo narrativo di Darkness edito dalla Top Cow.
Detto che l’immagine qui proposta ritrae alcuni di essi in un disegno tratto dal web e realizzato, con buona probabilità, da Marc Silvestri, si tratta, in sintesi, di mostricciattoli di piccola taglia simili ai goblin de Il Signore degli Anelli, o di analoghe ambientazioni fantasy oppure soft horror. Non proprio la migliore compagnia che si possa desiderare, specie nei momenti no. Tuttavia, c’è di peggio (fidatevi sulla parola). Tanto vale, dunque, fare buon viso a cattivo gioco e – se proprio non se ne può fare a meno – stare per un po’ al loro, di gioco. Ma senza esagerare. Presi a piccole dosi, possono perfino risultare stimolanti e suggerire qualche buona intuizione.
Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l’avrete1. Forse.
1 Quest’ultima frase (tranne il “forse” che è un’aggiunta mia) è la battuta conclusiva del celebre monologo finale di American Beauty, recitata Kevin Spacey nei panni del protagonista, Lester Burnham.
Definire Diego Armando Maradona può essere complicato, viste le molte sfaccettature del calciatore e dell’uomo; cadere nell’agiografia è questione di un attimo. Ma, in fondo, definire Diego Armando Maradona è piuttosto semplice, tanto da sembrare quasi banale: il più grande di tutti. El diez per antonomasia. D’accordo, in altre pagine ho tenuto a specificare “dagli anni ’80 in poi”, ma solo perché Pelé l’ho potuto ammirare unicamente in filmati d’epoca e non dal vivo. A differenza di Diego. Due giocatori che, peraltro, se fossero appartenuti ai medesimi decenni avrebbero senza dubbio potuto giocare e incantare le folle insieme.
Diego sta al calcio come Leonardo da Vinci a tutto ciò che ha fatto. Genio e vivace complessità tesa a meravigliare con la sublime semplice bellezza del risultato finale. Perfino Leo Messi, che è il più grande di tutti del nostro tempo, nonostante la pura essenza calcistica di cui è dotato e che sa esprimere, nella propria frenetica e immarcabile abilità nello stretto appare tanto favoloso quanto (mi si perdoni l’aggettivo, che potrebbe suonare irriverente ma non vuole esserlo) in qualche modo inelegante. E, sia chiaro al di là di qualunque ombra di dubbio, io adoro Leo. Ma Diego è stato un’altra cosa. In alcuni momenti di assoluta perfezione, è stato tutto ciò che oseresti chiedere al calcio, e anche qualcosa di più.
(Immagine realizzata da sor Gianluca grazie a un’idea di Deb medesima, col supporto tecnico-tattico di Giovanni e Alessandro e il prezioso ausilio dell’AI)
Debora detta Deb è la gran maestra di cerimonie del gruppo, nel senso che sta sempre a scas[ehm] a organizzare incontri e proporre attività e indire sondaggi sugli argomenti più disparati, che poi nessuno si ricorda mai come fissarli in alto sulla chat di uozzàp e tocca rifarli e votarli daccapo.
Dotata di pazienza infinita con cose, persone e (soprattutto) animali, nonché di un amore smisurato verso uno strano apparecchio noto come Tibco, Deb ama cucinare e mangiare, prendersi cure di piante in vaso e più propriamente piantate in terra, mangiare, di splendidi e amorevoli cani e gatti e di altri animali e, non dimentichiamolo, mangiare.
Il suo grido di battaglia, infatti, è cioffàme! Dopodiché, sparisce per un po’ e infine torna con foto di piatti succulenti cucinati con tanto amore e dedizione, dei quali ai suoi pur cari amici non offre mai nemmeno un misero boccone, uffa.
Grande lettrice, appassionata di teatro e in particolar modo di attori del medesimo, spassosissima a livello master, Deb è l’amica che tutti vorrebbero ma lei è invero solo nostra. Statece.
Se vivesse ai giorni nostri, Jules Verne si ispirerebbe a Donato per tratteggiare il protagonista de Il giro del mondo in 80 giorni. Non sai mai dove sia stato Donato fino a ieri, ma che dico ieri, stamattina, ma che dico stamattina, un’ora fa. Né puoi sapere dove trovarlo fra cinque minuti ma, puoi starne certo, se lo chiami lui comparirà. E lo farà senza scomporsi, come se fosse stato via giusto il tempo di rispondere al citofono o di chiudere il gas, e raccontandoti con cura e passione ogni minima sfumatura delle sue esperienze fra le più curiose, arricchendo i propri aneddoti con particolari a prima vista secondari ma che egli, da autentico narratore, sa valorizzare rendendoli preziosi.
Romanista di alto profilo istituzionale giallorosso, vanta un filo diretto con l’Olimpico al quale, solitamente, accede percorrendo una distanza non eccessiva in un corridoio riservato, che collega un finto armadio nel suo ufficio con la sala stampa dello stadio. Si sussurra che sia lui, in realtà, il vero senior advisor di Mister President & Son, e che sir Claudio, come si suol dire, ci metta solo la faccia. Anzi, che ci mettesse. Peccato. Occorrerà trovare un sostituto. Dov’è che si compila il modulo per la candidatura? Namo. Mr Dan, I could be your man!
Donovan è una persona reale, amico di vecchia data, ex compagno di scuola. Donovan non è il suo vero nome bensì quello con cui ha scelto di comparire nelle mie storie. Anche l’immagine proposta (tratta da qui) non è una sua vera foto, poiché Donovan è molto più affascinante di George Clooney.
Ok, a questa non ci crede nessuno.
Possiamo però affermare, senza tema di smentita, che Donovan sia un tipo decisamente affascinante e che non sarebbe affatto strano incontrarlo per strada, in qualche località vippissima, mentre se la racconta con il buon vecchio George.
Donovan, infatti, è quel che si dice un uomo di successo. Il grande pubblico non ha il privilegio di conoscerne il nome né ha particolare familiarità con il suo volto, ma gli capita più spesso che a qualunque persona io conosca di partecipare a eventi glamour o a trasmissioni televisive; finendo a volte per venire paparazzato accanto a splendide donne di spettacolo (tutte sue carissime amiche, peraltro) e, di conseguenza, di comparire in foto su testate nazionali, nelle vesti di un non meglio precisato “imprenditore del Nord”.
Il fatto, poi, che ti venga a raccontare tutto ciò con lo stesso tono di sorpresa e lo sguardo meravigliato di quando avevamo entrambi sedici anni, dice molto su che tipo di persona sia. Donovan è un ragazzo d’oro che, pur consapevole del proprio valore e amante di ciò che gli invidiosi potrebbero definire “bella vita”, non si è mai montato la testa e ti si presenta con la stessa semplicità e affabilità di sempre. Solo che oggigiorno lo fa con indosso un abito di Armani, of course, secondo il gusto e lo stile che non gli è mai mancato.
Abile conversatore, sempre disponibile per gli amici, estimatore del buon cibo e del buon vino; parrebbe quasi che io stia parlando di me. Solo che lui si alza tutti i giorni al canto del gallo per andare ad allenarsi in palestra, con tanto di prove filmate sui social. Dunque, decisamente, non può esservi alcun dubbio sul fatto che io, qui, non stia parlando di me. Nemmeno per sbaglio.
Definire Bruno Conti (che viene da Nettuno e come lui non c’è nessuno) con una o comunque poche parole sarebbe impresa ardua, per tutto ciò che è stato e che ha fatto e che ancora è e fa. Voglio dunque mostrarlo nelle vesti e nel contesto in cui l’ho conosciuto, su un poster della Nazionale azzurra che partecipò ai Mondiali di Spagna del 1982 e, con grande sorpresa degli addetti ai lavori, li vinse.
Nella foto qui sopra si riconoscono volti famosissimi, alcuni dei quali appartengono a campioni amati e rimpianti che purtroppo non sono già più fra noi. Per coloro che ne conoscano pochi o nessuno (il che non è una colpa ma solo, al più, un peccato di gioventù, che non volge lo sguardo al passato tanto quanto sarebbe opportuno per conoscere un po’ di più di noi stessi), in piedi da sinistra ammiriamo: Dino Zoff, portiere e capitano, poi Francesco Graziani detto Ciccio, attaccante ancor giovane ma già scarsocrinito, i difensori Beppe Bergomi detto “lo zio”, giovanissimo ma già ipertricotico, Gaetano Scirea, Fulvio Collovati e Claudio Gentile. Accosciati, sempre da sinistra, la faccia da elfo silvano di Bruno Conti, ala offensiva; poi il bel volto gentile per una volta serio e non sorridente di Paolo Rossi detto Pablito, punta di eleganza, di fioretto e di efficacia; l’espressione granitica di Gabriele Oriali detto Lele – proprio quello di Una vita da mediano del Liga -; l’affascinante faccia da schiaffi di Antonio Cabrini detto “il bell’Antonio, terzino; per finire con il volto da eroe greco di Marco Tardelli, centrocampista destinato a imperitura memoria per una celebre sgroppata urlante, che ancora emoziona chi l’abbia veduta in diretta e tutti coloro che sono venuti dopo.
Per circa un paio d’anni questi volti mi furono familiari, così come i loro nomi, nonostante non avessi che una vaga idea dei rispettivi club di appartenenza. Fatta eccezione per i giocatori che provenivano dalla Juventus, poiché un poster simile a questo era appeso nella stanza dei giochi di due fratelli miei amici e vicini di casa, a casa dei quali alle volte trascorrevo qualche piacevole pomeriggio. Loro erano e sono juventini, dunque i propri beniamini, in quella foto, me li sapevano indicare senza nascondere un moto di orgoglio, nonostante si trattasse di una foto in maglia azzurra, pertanto di tutti, non certo solo degli juventini.
Poi, venne una sera in cui per la prima volta vidi giocare Bruno Conti con indosso la maglia della propria squadra di club, quella sua seconda pelle che sarebbe divenuta anche la mia. Anvedi, pensai, ma guarda un po’ chi ce sta. A dire il vero non lo pensai in romanesco, che ancora i panni in Tevere non li avevo sciacquati ed ero piuttosto lontano dal farlo, nel tempo come nello spazio. Ma il senso della mia sorpresa fu quello. E fu sera e fu mattina. E fu Roma. Per sempre.