Capitale d’italia e ombelico del mondo, detta anche Urbe, Città Eterna e Caput Mundi, è la città più bella e più importante dell’intera superficie terrestre. Ce lo assicura Bill, lo sguardo deciso e compiaciuto con alle spalle il Foro di Augusto o quel che ne resta, nell’immagine qui a fianco.
Ma si sa, per noialtri Roma è prima di tutto un luogo dell’anima e di sentimenti profondi e ancestrali, del resto la mamma è sempre la mamma, di più bella al mondo non ce n’è.
Sotto il suo cielo c’è sempre casa. Fra le sue vie e le sue piazze, gli strati su strati di storia a cielo aperto, i suoi muri colorati case vicoli e palazzi1, le rive del padre Tevere ombreggiate dai platani, i monumenti che a contarli famo notte, i quartieri signorili e quelli popolari, le vedute che ti riempiono gli occhi e lo spirito, la secolare impagabile accogliente ironia dei suoi abitanti, fra tutto questo e ovunque sia Roma, insomma, ci perderemmo volentieri e per sempre con fanciullesco trasporto. Ma per sempre sempre? Per sempre sempre.
Se potessimo scegliere come verremo ricordati, ci piacerebbe che dicessero di noi che un giorno fummo chiamati a ritrovare il sentiero verso una casa che non sapevamo di avere, ma che scoprimmo essere già nei nostri cuori da tempo immemorabile. E da allora fu per sempre.
Semisconosciuto al tempo del suo ingaggio da parte della Roma, Rudi Garcia impiegò poche settimane a entrare nel cuore dei tifosi. Prima diede dei laziali ad alcuni che contestavano Osvaldo, poi affermò di voler “riportare la chiesa al centro del villaggio” e la sua prima Roma partì con dieci vittorie di fila in campionato, record ancora imbattuto, così che tutti ebbero chiaro il significato di quel detto francese.
Fra una vittoria e l’altra sostenne anche una tesi tanto spavalda quanto sacrosanta, ovvero che “un derby non si gioca, si vince” e infatti lo vinse, dopo che non se ne vincevano da un po’ (e soprattutto dopo che, solo pochi mesi prima, si era perso l’unico derby che non si sarebbe dovuto perdere mai, sul quale i periferici romperanno i maroni fino a che ghiaccerà l’inferno1), e non fu certo l’unico che vinse.
Faccia da attore e accento accattivante, grande estimatore di Checco (non che ci volesse un genio, ma a quel punto della carriera del Capitano Eterno non era così scontato) e dunque uno a posto, si distinse fra le altre cose per una sonata di violino passata alla storia e per aver emulato il suo omonimo predecessore, il Rudi tedesco, nello scegliere come compagna una ragazza romana. Entrambi mica fessi, of course.
La sua storia giallorossa si è conclusa senza troppa gloria, nonostante ciò lo si ricorda con simpatia, anche per aver eliminato la Juventus alla guida del Lione negli ottavi di Champions League 2019-2020. Dopodiché, nelle interviste post-partita, rivolse un messaggio di trionfo ai suoi vecchi tifosi dicendo loro “ce l’abbiamo fatta!”. Garcia romanista vero.
1 Del resto vanno compresi, porelli: pe ‘na vorta che c’hanno ‘na cosa, una, che valga la pena da mette nell’album dei ricordi, che famo, ja vojamo negà, st’unica gioia de cui se devono accontentà finché campano?
Rudolf Völler (o Voeller, come da trascrizione italiana), detto Rudi, è stato molto più di un centravanti: è stato l’eroe della mia giovinezza. Mi innamorai di lui, calcisticamente parlando, vedendolo giocare con la propria nazionale ai mondiali di calcio di Messico ’86, conclusisi in modo deludente proprio sul più bello.
Fui felicissimo nel vederlo prendersi la rivincita quattro anni dopo, a Italia ’90, e alzare al cielo la coppa del mondo in quello che, nel frattempo, era diventato il “suo” stadio.
Era l’8 luglio di quell’anno, una domenica. Il giorno dopo, lunedì 9 luglio, mi presentai all’orale agli esami di maturità e per scaramanzia mi portai una sua figurina infilata fra le pagine del mio diario scolastico. Naturalmente vinsi anch’io il mio titolo a pieni voti, perché chi tifa Roma non perde mai, diciamolo, e spesso, più che non il contrario, vince. Se poi hai uno come Rudi al tuo fianco, è quasi una passeggiata.
Ho continuato ad amarlo anche dopo che aveva dismesso la maglia della Roma, gioendo con lui per la Champions League vinta con il Marsiglia a spese del Milan1, seguendone la carriera di calciatore al Bayer Leverkusen e in nazionale, poi di CT sulla panchina della Germania, che portò fino alla finale dei mondiali nippo-coreani del 2002 in cui i tedeschi vennero sconfitti dal Brasile di Ronaldo il Fenomeno.
Ho continuato ad amarlo, ed ero felicissimo di riaverlo con noi, quando fece una scelta di cuore e accettò la panchina della Roma a ridosso della tribolata stagione 2004-2005, in cui cambiammo quattro allenatori e rischiammo la serie B. Lui durò appena quattro partite delle quali vinse solo la prima, poi si fece da parte conscio di non essere preparato a sufficienza per il ruolo, come avrebbe dichiarato molto onestamente in seguito.
Alla conferenza stampa di presentazione mi ero commosso, ancor di più quando lo vidi a bordo campo, nell’esordio stagionale, a colloquio con Checco. I miei due più grandi amori giallorossi, l’eroe della mia giovinezza e quello del resto della mia vita, uno a fianco all’altro, uno al servizio dell’altro, da strofinarsi gli occhi per essere sicuri di non stare sognando (di quel frangente abbiamo un’immagine tratta da qui)
Purtroppo non fu un sogno ma una triste realtà, come già ricordato. Un vero peccato, ma pazienza. Rudi è stato e sarà sempre il tedesco che volava sotto la curva Sud, profilo e baffetti da sparviero, chioma riccioluta e corsa con i gomiti sollevati, proprio come se volasse, a cantare e portare la croce e segnare goal decisivi a fianco di compagni non sempre all’altezza del suo valore assoluto, ma sempre uniti sotto i colori di Roma.
Ogni volta ancora adesso mi emoziona scorgerlo in qualche passaggio televisivo o anche solo sentir parlare di lui. Un tedesco volante è per sempre.
Vielen Dank, Rudi, mein Held2.
1 Partita che fu anche, purtroppo, l’ultima della carriera di Marco Van Basten.
2 “Grazie infinite, Rudi, mio eroe” (tradotto dal tedesco, of course).
Sara è una persona reale, amica preziosa fin dalla giovinezza (più sua che mia, dal momento che è di qualche anno più “piccola” di me). Sara non è il suo vero nome bensì quello con cui ha scelto di comparire nelle mie storie. Anche l’immagine qui proposta non è una sua vera foto bensì una suggestiva donna sagittario tratta da qui.
Occhi verdi da felino, carattere d’oro, grande cultura e intramontabile bellezza, Sara è quel genere di amica con cui ti potresti ritrovare ad ammirare un Tintoretto oppure, passeggiando sotto i portici del centro, a commentare una prova attoriale di Di Caprio poco dopo averlo ammirato in lingua originale sul grande schermo; così come sorseggiare un thé al cinnamomo, come se niente fosse, seduti a un tavolino traballante nel peggiore bar di Kathmandu.
Sara infatti ama viaggiare e predilige mete ambiziose; in questo la invidio molto perché a Kathmandu lei c’è stata davvero, così come in svariati altri luoghi magici in diverse zone del mondo, mentre io no. Ma non è mai troppo tardi per rimediare.
(Qualcuno per caso ha detto Giappone? Hai, kimashita, junbi wa dekite imasu1)
1 “Sì, sono qui, sono pronto”, in originale はい、来ました、準備はできています.
Sebastiano Nela detto Sebino è molto più di un grande ex calciatore ed ex dirigente sportivo della Roma. É un pezzo de core (qui ritratto in un’immagine tratta da qui).
Terzino talvolta destro ma soprattutto sinistro della squadra di leggende che per prima mi condusse alla passione sportiva e poi a tutto il resto, ai giorni nostri è un signore elegantissimo che ho avuto il piacere di incontrare di persona,
conserva nei tratti inconfondibili la fierezza del tempo di gioventù e delle tante battaglie vissute sui campi di calcio.
Ora di battaglia ne sta affrontando un’altra, ben più impegnativa e sofferta, per cui non gli si può che augurare ogni bene. Picchia Sebino, ancora una volta. Daje!
Serena è pittrice e artista poliedrica, come si può notare (un esempio fra i tanti) dall’immagine a fianco, che raffigura la copertina di un libro delizioso interamente curato da lei fin nei più minimi dettagli: testi disegni dipinti grafica impaginazione, tutto insomma. Peccato che sia introvabile1, ma si può sempre sperare in una ristampa. (Lo dico per chi fosse interessato, io mi ero già prenotato una copia con largo anticipo, eh eh).
Oltre a onorarmi della sua amicizia, Serena ha realizzato gli splendidi ritratti delle attrici e degli attori a cui mi ispiro per i miei personaggi, alcuni dei quali avete già potuto ammirare fra queste pagine. I loro volti, dalle tele appese alle pareti del mio studio e degli spazi che percorro per muovermi dentro casa, mi osservano amichevoli e mi allietano con la loro presenza. E mi parlano, raccontandomi ciascuno la propria storia, quella che vado o andrò a mia volta a raccontare su JulianVlad & compagnia bella.
E’, questa, una delle peculiarità dello stile di Serena (e qui cito me stesso, non metto nessun link e vi sfido – se siete curiosi – a ritrovare il post; diciamo a guisa di una piccola caccia al tesoro, che in questo caso sono i suoi lavori, non i miei):
Di primo acchito, non saprei dirvi con precisione che cosa mi affascini di più, nelle opere di Serena, se la freschezza, la cura dei dettagli, le variegate luminosità, le scelte cromatiche o l’effetto scenografico. Ma, dopo una breve riflessione, la risposta giunge naturale: ogni quadro, anche quello di più piccole dimensioni, che raffiguri soggetti in movimento oppure raccolti in posa spontanea, racconta una propria storia. Ciascuno di essi risulta profondamente soggettivo, irripetibile, non solo in quanto opera originale, ma per la spiccata unicità del protagonista […]. E se non mi credete, fate bene: andate a sincerarvene con i vostri occhi
1 Doveroso aggiornamento: ho scoperto da poco che Serena ha ancora disponibili alcune copie del suo libro, oltre al calendario 2024 sempre realizzato da lei, speciali mazzi di carte e molte altre cose interessanti. Potete trovarla su Facebook! Non indugiate, che siamo quasi a Natale, su!
Definire Bruno Conti (che viene da Nettuno e come lui non c’è nessuno) con una o comunque poche parole sarebbe impresa ardua, per tutto ciò che è stato e che ha fatto e che ancora è e fa. Voglio dunque mostrarlo nelle vesti e nel contesto in cui l’ho conosciuto, su un poster della Nazionale azzurra che partecipò ai Mondiali di Spagna del 1982 e, con grande sorpresa degli addetti ai lavori, li vinse.
Nella foto qui sopra si riconoscono volti famosissimi, alcuni dei quali appartengono a campioni amati e rimpianti che purtroppo non sono già più fra noi. Per coloro che ne conoscano pochi o nessuno (il che non è una colpa ma solo, al più, un peccato di gioventù, che non volge lo sguardo al passato tanto quanto sarebbe opportuno per conoscere un po’ di più di noi stessi), in piedi da sinistra ammiriamo: Dino Zoff, portiere e capitano, poi Francesco Graziani detto Ciccio, attaccante ancor giovane ma già scarsocrinito, i difensori Beppe Bergomi detto “lo zio”, giovanissimo ma già ipertricotico, Gaetano Scirea, Fulvio Collovati e Claudio Gentile. Accosciati, sempre da sinistra, la faccia da elfo silvano di Bruno Conti, ala offensiva; poi il bel volto gentile per una volta serio e non sorridente di Paolo Rossi detto Pablito, punta di eleganza, di fioretto e di efficacia; l’espressione granitica di Gabriele Oriali detto Lele – proprio quello di Una vita da mediano del Liga -; l’affascinante faccia da schiaffi di Antonio Cabrini detto “il bell’Antonio, terzino; per finire con il volto da eroe greco di Marco Tardelli, centrocampista destinato a imperitura memoria per una celebre sgroppata urlante, che ancora emoziona chi l’abbia veduta in diretta e tutti coloro che sono venuti dopo.
Per circa un paio d’anni questi volti mi furono familiari, così come i loro nomi, nonostante non avessi che una vaga idea dei rispettivi club di appartenenza. Fatta eccezione per i giocatori che provenivano dalla Juventus, poiché un poster simile a questo era appeso nella stanza dei giochi di due fratelli miei amici e vicini di casa, a casa dei quali alle volte trascorrevo qualche piacevole pomeriggio. Loro erano e sono juventini, dunque i propri beniamini, in quella foto, me li sapevano indicare senza nascondere un moto di orgoglio, nonostante si trattasse di una foto in maglia azzurra, pertanto di tutti, non certo solo degli juventini.
Poi, venne una sera in cui per la prima volta vidi giocare Bruno Conti con indosso la maglia della propria squadra di club, quella sua seconda pelle che sarebbe divenuta anche la mia. Anvedi, pensai, ma guarda un po’ chi ce sta. A dire il vero non lo pensai in romanesco, che ancora i panni in Tevere non li avevo sciacquati ed ero piuttosto lontano dal farlo, nel tempo come nello spazio. Ma il senso della mia sorpresa fu quello. E fu sera e fu mattina. E fu Roma. Per sempre.
Marco Delvecchio arrivò alla Roma ancora giovanissimo a seguito di uno scambio con l’Inter, durante una finestra di mercato di gennaio nella quale Marco Branca prese la direzione opposta verso la Pinetina.
Inizialmente si temeva che a guadagnarci fossero stati i meneghini, ma la storia avrebbe poi ampiamente smentito i dubbi della prima ora.
Prima punta o all’occorrenza attaccante esterno, SuperMarco fu un interprete tattico imprescindibile nella formazione che conquistò il campionato 2000-2001, segnando anche parecchi goal. Per lungo tempo è stato anche il recordman delle reti realizzate nei derby, per venire infine superato, ça va sans dire, dal solito Checco. Essere titolare della piazza d’onore – in tale particolare classifica – al cospetto del più grande di tutti, è comunque un vanto e una cosa non da poco.
Gli vorremo sempre bene, e non certo solo per quello.
Torino, di cui in questa mia foto del 2013 possiamo osservare uno degli ingressi al Borgo Medievale – la Torre-porta di Oglianico – ovvero l’accesso a uno dei luoghi che più mi piace frequentare colà, è una metropoli sabauda rimasta in gran parte ferma ai tempi dei Savoia, anche se ogni tanto qualcosa eppur si muove, anche lassù.
Antica capitale del Regno di Sardegna e prima capitale del Regno di un’Italia per la prima volta riunita sotto un unico vessillo dai tempi dell’Impero Romano (sempre ave) – primogenitura di cui i torinesi sono soliti vantarsi tantissimo, manco Roma l’avessero costruita loro anziché il contrario, diciamo – ai giorni nostri è, molto più sobriamente, il capoluogo della regione Piemonte, nonché ex centro nevralgico di uno dei poli industriali più importanti del paese, quella fabbrica di automobili e annessi e connessi alla cui relativa real casa moderna si deve anche la piaga imperitura della seconda squadra di calcio cittadina.
Città con cui ho sempre avuto un rapporto complicato, che solo in tempi recentissimi si sta evolvendo verso una più serena e perfino (incredibile ma vero) gioiosa frequentazione, a conti fatti ha davvero molte cose da offrire. Occorre solo avere la pazienza di cercarle, queste cose, e non farsi scoraggiare dal grigiore e dalla cupezza di secoli di immobilità sepolcrale, che ancora aleggiano su certe vie, prospettive, portici e piazze di cui i torinesi, manco a dirlo, vanno particolarmente orgogliosi. Del resto, li si può forse provare a capire: per molti di loro il mondo comincia poco più a nord, ai confini segnati dalla chiostra delle Alpi e dal massiccio del Monviso, e finisce poco più a sud, a Moncalieri. Dopodiché, hic sunt leones.
Celeberrimo e da me amatissimo gruppo pop-rock irlandese, qui immortalato in una foto tratta da Rolling Stone.
Nel caso non li abbiate presenti e ancor meno conosciate i loro nomi e ruoli musicali (può capitare, siam qui per questo), trattasi di: Adam Clayton – primo da destra – al basso, Larry Mullen Jr – primo da sinistra – alla batteria, David Evans meglio noto come The Edge – quello col berretto – alle chitarre, Paul David Hewson meglio noto come Bono (in precedenza Bono Vox) al microfono. Come già sapete, se un po’ mi seguite, è quest’ultimo che io chiamo Vate.
Recupero dal web una nota biografica che non ricordavo: sono nati, come gruppo, nel 1976. Sapete chi è altri è nato nel 1976? Checco. Che annata eccezionale!