Il Re

Stephen King, romanziere statunitense del Maine, autore di svariati best e long-seller dei quali a fianco vediamo la copertina di uno dei più celebri (messo qui non solo a titolo esemplificativo, trattandosi del suo primo romanzo che abbia letto e che rimane tuttora uno dei miei preferiti); non poteva che essere lui il “mio” Re.
Il motivo è sia letterale che letterario: ai miei occhi e non solo a quelli il buon vecchio zio Steve è una sorta di narratore supremo, un Dottor Strange della letteratura.

Come il suo omonimo1 eroe Marvel che custodisce l’Occhio di Agamotto, anche King è dotato di un terzo occhio. Un occhio della mente, lo sguardo sul mondo dell’eterno se stesso fanciullo, spalancato sul fantastico e sull’inverosimile.

King è peraltro l’unico che ancora respira fra gli scrittori che considero i miei numi tutelari, e dunque: lunga vita al Re!

I restanti fantastici quattro, in ordine di dipartita, sono: Ernest Hemingway dall’Illinois, USA, che credo non abbia bisogno di presentazioni.
Primo Levi da Torino, che si tende a ricordare in primis come autorevole testimone dell’Olocausto, stile misurato e sguardo limpido; cosa che gli si può ascrivere con pieno merito, senza però trascurarne l’alto profilo di scrittore tout court, capace di trattare con arguzia un ampio ventaglio di tematiche. Nei suoi confronti più ancora che verso gli altri provo un misto di affetto devozionale e gratitudine.
Franco Lucentini da Roma e Carlo Fruttero, di nuovo da Torino, fini cesellatori di parole e narratori godibili come pochi.

A questi cinque scrittori devo molto. Sia per le numerose, interessanti e piacevoli ore trascorse immerso nei loro scritti, nell’arco di ormai quasi quattro decenni. Sia perché sono coloro, con i propri stili e linguaggi peculiari, che avverto più in sintonia con il mio sentire, nel leggere come nello scrivere. Dalle loro parole traggo nutrimento e ispirazione.
Con questo non sto certo affermando né peraltro mi illudo di sapermi esprimere al loro pari, figuriamoci. Semplicemente, sono i fini tessitori di melodie che più spesso di altre mi riscopro di tanto in tanto a fischiettare.

Questo breve elenco di nomi e apprezzamenti non esaurisce la schiera dei miei autori preferiti; ne annovera soltanto i principali, quelli di più immediato riferimento. Ma ce ne sono altri.
Ne aggiungo qui solo un paio, i primi due che mi vengono in mente, giusto per gradire. Douglas Adams da Cambridge, Gran Bretagna, autore poliedrico e geniale – lo scrivo senza timore di un aggettivo spesso attribuito con troppa facilità – un altro che ha raggiunto troppo presto la radura in fondo al sentiero, per citare una delle tante memorabili espressioni del Re2.
La sua inventiva comica e linguistica riesce a essere così spiazzante e impetuosa che, leggendolo, mi alterno fra lo scoppiare a ridere da solo e restare a tal punto rapito di meraviglia da imbambolarmi con un sorriso di totale compiacimento. E Alessandro Baricco, terzo uomo da Torino. Punto. Metto un punto perché sono consapevole di quanto Baricco risulti divisivo, il che meriterebbe una trattazione a parte che rimando a un tempo e a una sede più opportuni.
Qui, ora, voglio solo dire – giacché al pari di King per fortuna anche Baricco ancora vive e lotta insieme a noi (pur se di recente non se l’è vista proprio bene): lunga vita all’araldo del Re!


1 Anche Strange è uno Stephen e si fregia del titolo di stregone supremo.

2 Per la precisione dall’octalogia de La Torre Nera.

Il secondo dio della mia infanzia

Duke Fleed con il suo robot Goldrake (qui la fonte)

Il secondo dio della mia infanzia venne dal cielo a bordo di un disco volante in una sera di aprile del 1978, con indosso la tuta di volo più figa che sia mai stata ideata, a partire dall’iconico casco (una cui copia fedele mi guarda dall’alto, qui di fronte a me, proprio mentre ne sto scrivendo).
E’ notizia di attualità, peraltro, che si stia preparando il suo secondo avvento1.

Il personaggio, la cui identità civile nell’originale giapponese è Daisuke Umon e che avremmo imparato a conoscere e amare come Actarus, fu lo straordinario protagonista di avventure del tutto nuove e rivoluzionarie per l’epoca, storie che ancora non sapevo di sognare ma di cui riconobbi immediatamente di avere bisogno.
Insieme a lui, valorizzato dal doppiaggio del grande Romano Malaspina, e al suo bellissimo robot dalla magnifica testa coi tratti squadrati e irta di corna grandi e piccole, nonché dotato di optional leggendari, il perimetro del mio immaginario si allargò di colpo a dismisura fino a non avere più confini, raggiungendo le stelle per un viaggio destinato a durare per sempre.

In verità ha fatto anche di più, per me. Ma questa è un’altra storia, che richiede il giusto spazio; ci arriveremo al momento opportuno.

Al tempo stesso uomo proveniente da un altro mondo e spirito guida in qualità di nobile cavaliere, poiché non si può fare a meno di associarlo al proprio possente mezzo meccanico e nemmeno, diciamolo, ci si sognerebbe di farlo, Actarus/Duke Fleed/Goldrake ha aggiunto alla mia personale equazione cosmogonica un nuovo elemento che da lì in poi sarebbe stato ricorrente in parecchi “colleghi”: una super-lega metallica.


1 Vedasi il link alla fonte dell’immagine di apertura.


Il Trono di Spade

Serie TV di genere medievale/fantasy tratta dai romanzi del ciclo Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R. R. Martin. Si può vedere qui un’immagine di lancio della quinta stagione.

Detto che nessuno mi toglierà mai dalla testa che i nomi riferiti a quelle due R, in mezzo al primo nome e al cognome, il buon Martin se li sia aggiunti apposta per richiamare l’assonanza con J. R. R. Tolkien (e, dal momento che ho appena googlato, ora so che il secondo nome che inizia per R se l’è davvero scelto lui, dunque forse ci ho visto giusto, eh eh), se conoscete almeno una delle due opere, ebbene, che ve lo dico a fare.
Se non le conoscete entrambe e l’argomento vi stuzzica, mi verrebbe da dirvi: orsù, addentratevi, che la notte è oscura e piena di terrori, e poi fuori fa freddo!

Per quello che so e che ho avuto modo di approfondire del medioevo, come ricostruzione storica di usi e costumi, intrighi e ammazzamenti, direi che la narrazione è piuttosto attendibile.

All’inizio c’è Sean Bean, che sembrerebbe interpretare una figura centrale, ma (come ti sbagli, finisce sempre così) muore quasi subito, proprio come ne Il Signore degli Anelli e senza nemmeno tutto quel pathos, i combattimenti, il suono del corno, ecc.
Mi piace immaginare che nei suoi contratti esista una clausola di indennizzo per morte prematura del personaggio.
Poi ci sono gli Estranei e varie altre bizzarre creature; qui l’attendibilità scricchiola un po’, ma se ne può godere piacevolmente.

Infine, ci sono i draghi. Checcefrega dell’attendibilità! Dracarys!


Il Vate

(Foto credits)

Bono, al secolo Paul David Hewson (il che avrebbe potuto fare di lui un perfetto “caro Dave”, a pensarci prima, anche se forse sarebbe stato osare troppo), cantante e attivista irlandese nonché voce e frontman degli U2, nonché uomo più figo dell’universo1.
La sua voce è un balsamo carezzevole che accende il mio fuoco e illumina la mia via2.
I suoi versi, non di rado, sono la via.
Apprezzo, ascolto e ammiro tanti musicisti e cantanti, ma non avrò mai altro Vate all’infuori di lui. Un Bono è per sempre. I love him.


1 La definizione è di Madonna, che nei credits del proprio album True Blue ringrazia l’allora marito Sean Penn, “the coolest guy in the universe”. Concordo con l’opinione di Luise Veronica sul fatto che Sean Penn, allora come oggi, sia un figo della madonna (mi si perdoni il gioco di parole) nonché un attore della madonna. E ha una pure una voce niente male, che induce ad ammirarne le interpretazioni godendosele con l’audio originale. Ma come Bono mai. Di Bono ce n’è uno. Fine della discussione.

2 Scherzoso accostamento di titoli fra Light my Fire dei Doors e Ultraviolet (Light My Way) degli U2.


Inevitabile

Immagine dal film Avengers: Endgame tratta da qui.

Thanos di Titano, villain delle saghe cosmiche della Marvel reso celeberrimo dal ruolo riservatogli nel MCU, è un grosso e vecchio arnese con manie di grandezza, davvero poco raccomandabile.

“I’m inevitable” è una sua celebre battuta nella trasposizione cinematografica interpretata da quell’adorabile satanasso di Josh Brolin, che chissà perché in italiano è stata tradotta con “ineluttabile”, bah.


Iniziali famose

Il fatto che John David Sallinger – il nostro caro Dave – abbia le stesse identiche iniziali di Jerome D. Salinger, celeberrimo autore de Il giovane Holden, non è una coincidenza.

E’ una mia scelta autoriale – che detta così ha un bel tono deciso, ma è solo per mascherare il dubbio di un eccesso di impertinenza dietro un’affermazione di quelle fatte apposta per non ammettere repliche, è così e basta, ecco – nata dall’idea di giocare proprio su tale assonanza, compreso il fatto di attribuire al nostro Dave una elle in più nel cognome e di poter giocare anche su quello.

Il cognome Sallinger con due elle viene dalla famiglia protagonista di Party of Five, serie TV che andava in onda sulle reti Mediaset proprio nel periodo in cui concepivo sia il personaggio di Dave che quello di Julian. Serie che, fra le altre cose, vide la prima apparizione di rilievo di Neve Campbell e Jennifer Love Hewitt.
Ora, dal momento che al giorno d’oggi esiste Google e ho appena recuperato la pagina Wikipedia della serie originale (scoprendo che ne è stato fatto un reboot piuttosto recente con un cast latinoamericano, ma pensa), sia per curiosità che per poterla linkare qui, so che pure il cognome dei cinque fratelli Salinger dell’epoca aveva una sola elle; ma nel doppiaggio italiano veniva pronunciato con una doppia, sono pronto a metterci la mano sul fuoc[ehm] o meglio diciamo che io me lo ricordo così e dunque fine della questione, del resto è passato un quarto di secolo ed è il pensiero che conta. Scelta autoriale è già stato detto?

Ciò di cui non conservavo alcuna memoria, invece, al punto che forse non me ero mai reso conto prima d’ora, è che anche il secondo nome del Salinger più famoso fosse David. Questa sì è una coincidenza involontaria, che mi sorprende con quel mood quasi mistico in cui apprendiamo di corrispondenze che paiono dettate dal destino, dal momento che fin dall’inizio il mio personaggio si sarebbe dovuto poter chiamare Dave, abbreviazione di David. Anche il nome Dave, infatti, ha una sua origine ben precisa, che risale a molto prima del cognome Sallinger. E’ il nome di un amico di Kit Teller1 in una storia de Il Piccolo Ranger che avevo letto da bambino e a cui, chissà per quale motivo, sono rimasto affezionato. Sospetto che sia perché il Dave di quel fumetto veniva tradito e faceva una brutta fine2 e io ho avuto fin da piccolo l’animo da riparatore di torti letterari. Ho sempre sognato di ideare un personaggio e di chiamarlo Dave.

In chiusura di pagina esplicativa, non posso fare a meno di osservare che se il caro Dave fosse una persona reale – ma in qualche luogo a noi ignoto magari esiste davvero, chi può dirlo – e leggesse un’origine dei nomi così confusionaria e contraddittoria, si farebbe di certo delle grasse risate.


1 Kit è il protagonista della serie, capostipite di omonimi eroi dei fumetti western italiani, dal buon vecchio Carson al piccolo falco di Tex Willer.

2 Uso una formula dubitativa perché ormai si è capito che la mia memoria non sembra essere più quella di una volta, ammesso che lo sia mai stata e non si trattasse piuttosto di mera autosuggestione.

Kevin

Considerato il miglior Under 23 a livello europeo della sua generazione, arrivato a Roma Kevin Strootman scese dall’aereo, firmò il contratto ed entrò subito nel cuore dei tifosi, lui che di cuore, di carattere e di gamba ne aveva da vendere.

Purtroppo una delle sue gambe, anzi, delle ginocchia, si ruppe più volte nell’arco di pochi mesi, rovinando la crescita di un giocatore di livello assoluto; che dopo di allora continua a giocare e a dare il fritto, come si dice, ma non è più l’iradiddio che conoscemmo in giallorosso.

Grandi capacità di interdizione e riproposizione, un’attitudine a ripulire palloni difficili (dunque “sporchi”) che gli valse il soprannome di “lavatrice”, è stato il classico centrocampista box-to-box che puoi vedere fermare da par suo un’azione avversaria al limite della propria area di rigore e, dopo poche falcate, andare a concludere in rete dall’altra parte del campo.
Per la sua dedizione alla causa e il suo spirito guerriero, prima ancora che per la sfortuna che lo ha perseguitato, Kevin resterà sempre uno di noi.

Due curiosità: la prima è che, come proprio numero di maglia, Kevin scelse il 6 che fu di Aldair e che la Roma aveva ritirato in onore del grande Pluto, il quale approvò senza riserve.

La seconda è più personale: ho assistito dal vivo alla sua ultima partita in giallorosso, in un Torino-Roma di inizio stagione 2018 in cui vincemmo nel finale con tiro al volo di Edin, senza sapere che sarebbe stata la sua ultima con noi. Dopo il match gli venne comunicato che – con sorpresa di tutti – era stato ceduto all’Olympique Marsiglia, e la cosa avvenne in chiusura di mercato, quando non era ormai più possibile ingaggiare un sostituto all’altezza. L’ennesima genialata di un direttore tecnico arrivato con le stimmate del fenomeno e che si rivelò essere, invece, na sola come tante.

La Curva Sud

Fonte Corriere dello Sport

E’ il settore dello Stadio Olimpico di Roma che tradizionalmente ospita i gruppi del tifo organizzato romanista e le coreografie pre-partita più ambiziose e riuscite, in particolar modo in occasione dei derby co quell’artri, i periferici.

Cuore pulsante del sostegno alla squadra giallorossa, arricchito di bandieroni e striscioni storici, da qui partono i canti e i cori trascinanti che vanno a coinvolgere tutto lo stadio, dei quali in calce trovate un breve esempio; è sotto di essa che i giocatori corrono ad esultare dopo un goal ed è dove la squadra si reca a festeggiare dopo una vittoria. Assistere a un derby in Curva Sud è una di quelle esperienze che non ti aspetti e che non dimenticherai più, provare per credere.

I capitani della Roma che l’arbitro chiama a sé a centrocampo prima della gara, per il rituale sorteggio campo o palla, sono soliti scegliere di iniziare la partita con il supporto della Curva alle spalle, e attaccare verso di essa nel secondo tempo, quello decisivo.
Se pensate che in fondo si tratta di professionisti e che il calore e l’energia dell’incitamento dagli spalti non faccia poi tutta quella differenza, o non siete mai entrati in uno stadio di calcio a seguire una partita (e meno che mai siete stati a vedere la Roma giocare in casa di fronte a sessanta/settantamila spettatori; non è una colpa così grave, in fondo può capitare a chiunque e siete sempre in tempo a rimediare, daje), o siete forse abituati a tifoserie più compassate, che preferiscono trascorrere il tempo della gara a insultare la squadra avversaria piuttosto che sostenere la propria1 (e a maggior ragione, in questo caso, vale lo stesso consiglio di cui sopra).

Se i tuoi colori sventolo
I brividi mi vengono
Non mi stanco mai di te
Forza Grande Roma Alé


1 Qualunque riferimento al pubblico che usa raccogliersi in un impianto di dimensioni modeste sito alla periferia di una grande città piemontese è del tutto casuale. Parola di lupetto giallorosso.

La mia dea madre

La mia dea madre è Roma. L’avreste mai detto? Intesa come città, come storia, come sentimento, in definitiva come stato d’animo. Avrei potuto scegliere di personificarla in Cibele, che era stata accolta nel pantheon romano identificandola in Rea, la dea madre di tutti gli dei. Ma non mi interessano i culti anatolici o ellenistici fatti propri dall’Impero Romano. Mi interessa l’idea stessa di Roma.

E il simbolo di questa idea non poteva che essere la lupa capitolina, così ben rappresentata dal logo realizzato per la Roma da Piero Gratton nel 1978 – il celeberrimo “lupetto” – talmente innovativo e stilisticamente perfetto da essere divenuto un simbolo senza tempo, amatissimo e utilizzato ancora oggi.

Un momento, direte voi, ma stai parlando di Roma o della Roma?
Di entrambe.

Roma, dea madre e fonte di vita, dea dell’amore, dell’accoglienza e del focolare, dea dei viaggiatori e custode della memoria.
Di cui la squadra è stata, è e sempre sarà, per me, l’araldo.

Un po’ come Silver Surfer per Galactus, diciamo. Però mejo. Avoja.


La prima squadra di Torino

Il Torino, o più familiarmente il Toro (qui in una foto di gruppo tratta da Wikipedia, che ritrae la rosa con indosso l’iconica divisa ornata dello scudetto 1975-76,

l’ultimo finora conquistato dai granata; a testimonianza di quanto tempo, purtroppo, sia passato da allora, si può notare come Ciccio Graziani, quarto in piedi da destra, avesse ancora i capelli), il Toro, dicevo, è squadra gloriosa nonché geograficamente prossima verso cui nutro stima e rispetto.

Tutta la mia storia di tifoso di calcio, fin dall’inizio, è punteggiata dai miei rapporti con amici e tifosi granata, nonché con la squadra vera e propria. Rapporti sulle prime non troppo amichevoli, poi col tempo le cose sono migliorate, vedendomi spesso fianco a fianco di uno o più “colleghi” intento nel prestare la mia passione sportiva alla loro causa; al cospetto di una curva, la Maratona, fra le poche cui riconosca di poter rivaleggiare con la nostra Sud.
Tutto ciò purché, ovviamente, di fronte non ci fosse o non ci sia la Roma, perché va bene stima e rispetto ma esageruma nen1.


1 “Non esageriamo” in piemontese, of course.