Miralem Pjanić, Mire per gli amici (qui ritratto in una foto presa da qui), come parecchi sportivi di origine balcanica
parla un italiano migliore di quanto sappiano fare tanti madrelingua.
In più parla francese, inglese, tedesco, e non escludo che abbia già imparato pure l’arabo.
Arrivato alla Roma ancora giovanissimo, appena 21 anni e già colonna dell’Olympique Lione – con cui si era fatto notare sui palcoscenici del calcio europeo d’élite meritandosi il soprannome di “pianista” – è rimasto in giallorosso 5 anni nei quali ha mostrato di avere testa fina e piedi sopraffini, meritandosi il soprannome di “principino” e la sincera amicizia di Checco, garanzia di qualità.
Nei suoi 5 anni alla Roma non riesce purtroppo a vincere nulla, così decide di trasferirsi alla Juventus con cui inizia subito a inanellare trofei di un certo peso. Molti suoi ex tifosi miei correligionari non gli perdonano questo tradimento, io non sono fra questi. Anche se poche cose mi fanno sanguinare gli occhi come vedere un mio stimato ex indossare delle strisce pedonali, dal punto di vista di un calciatore professionista (peraltro non romano e nemmeno italiano) che ambisca a un avanzamento di carriera, la sua fu una scelta comprensibile che merita rispetto. Del resto, mica è andato a giocare in periferia1.
Monte Mario è un’altura che sorge sulla riva destra del Tevere nella zona nord-ovest di Roma, dalla quale prende il proprio nome la tribuna dello Stadio Olimpico orientata in direzione di essa. Sapete come si chiama invece la tribuna opposta? Chi ha risposto “Tevere” ha indovinato, oppure è stato lesto a controllare la mappa qui sopra. In effetti, la tribuna di fronte alla Montemario sorge a poca distanza dalla suddetta riva destra. Aggiungiamoci le curve, Nord e Sud come i punti cardinali, e la nomenclatura delle quattro aree dello stadio è fatta.
La Montemario ospita i settori più prestigiosi e costosi, i palchi delle autorità, la sala stampa e le postazioni per radio e TV, i box esclusivi tipo quelli che si vedono nei film di Hollywood che raccontano storie di baseball o di football americano, nonché le aree di ristoro per gli ospiti VIP, i frequentatori più abbienti e i loro invitati (dove se magna e se beve, ‘nsomma, poi se avanza tempo per buttare un occhio alla partita, mejo). Essendoci stato, pur se finora una sola volta – in cotanta hospitality area, intendo -, posso dire che si tratta di un’esperienza superiore alle aspettative e di quelle a cui ci si può abituare fin troppo bene, purché si abbia denaro da spendere o si conosca qualcuno che ti inviti. E’ facile incontrarvi personaggi famosi della politica e dello spettacolo, allenatori e CT della Nazionale e soprattutto ex calciatori giallorossi che, se approcciati con il dovuto garbo ed educazione, si dimostrano persone disponibili e alla mano come chiunque altro. Del resto, per loro si tratta di situazioni abituali in un contesto che a tutti gli effetti è un po’ come se fosse casa propria.
Il lato di campo della tribuna Montemario è quello da cui vengono effettuate le riprese televisive della partite, il lato da cui si affacciano le uscite degli spogliatoi e dal quale dunque i giocatori escono sul terreno di gioco, e verso cui si schierano per gli inni e il saluto pre-partita. Per chi sia abituato a seguire le partite della Roma in TV si tratta quindi di una prospettiva molto familiare. E’ anche la prospettiva da cui ho veduto dal vivo Checco entrare in campo per la sua ultima partita con la sola maglia che abbia mai indossato, e dalla quale più tardi l’ho visto iniziare un giro di campo infinito che lo avrebbe portato a consumare tutte le sue lacrime e noi le nostre. Non vado spesso in Montemario, ma quando capita ne porto a casa quasi sempre ricordi affatto banali.
Paulo Dybala la sera della presentazione all’EUR (foto da qui)
Paulo Dybala, piedi fatati e volto immagine della mitologica fonte di eterna giovinezza, arrivò in Italia ancora giovanissimo grazie a una delle numerose e felici di intuizioni di Walter Sabatini, mettendo subito in mostra le proprie notevolissime doti tecniche con indosso la maglia del Palermo, andando a formare una temibile coppia d’attacco con il Gallo Belotti. Passò poi alla Juventus, ma nemmeno quella casacca triste e omologante riuscì a immalinconirne il talento e lo sguardo sempre vivace: il ragazzo seppe restare umile e dimostrarsi un esempio costante di stile e di capacità pallonare non comuni.
Dopo sette anni colà, grazie a un magistrale coup de théâtre della dirigenza romanista approdò da svincolato alla Maggica, che per l’occasione gli fece trovare in rosa anche il suo vecchio amico Andrea e gli organizzò una presentazione in stile hollywoodiano al Colosseo quadrato dell’EUR, per un bagno di folla e di affetto la cui impagabile sorpresa dipinta sul suo volto ancora allieta i nostri ricordi e (ne siamo certi) anche i suoi. Paulino si rese fin da subito conto di essere capitato in ben altro mondo e si rese fin da subito degno di una tale accoglienza, iniziando a sfornare goal, assist e numeri a ripetizione e diventando in due balletti uno dei più amati idoli della piazza giallorossa, cui seppe regalare giorni e notti memorabili e molti altri ancora, senzadubbiamente, ne regalerà.
La prima volta che vidi Pluto (qui nel novembre 2018 in un selfie insieme a Bill, che fa una faccia come uno che manco se capacita), durante una partita in TV, fu in occasione di un incontro della nazionale brasiliana di fine anni ’80, non ricordo di preciso quale né contro chi.
Lui e Mozer erano la coppia di difensori centrali dei verdeoro, e mi venne da pensare “mazza quanto so brutti questi!”
Poi Alda venne da noi e non mi ci volle molto per cambiare opinione su di lui, perché oltre a essere fortissimo ai miei occhi divenne anche bellissimo, un vero adone! (Mozer invece no, brutto mi pareva e brutto mi pare ancora oggi, mamma mia che impressione!)
Credo sia l’unico giocatore della Roma ad aver giocato sia con Rudi che con Checco, il che ne fa un autentico trait d’union fra due epoche eroiche.
Ricordo ancora quella sera di agosto. Mi trovavo sugli spalti dell’Olimpico, ad assistere alla consueta amichevole di presentazione pre-season; erano già sfilati tutti i componenti della staff tecnico e della rosa, annunciati dallo speaker che era ancora il mitico Carlo Zampa, tutti belli allineati in mezzo al campo. Allorché Carlo disse una cosa tipo: “è il momento di un giovanissimo” (e già lì iniziammo a capire qualcosa), “ha appena trovato l’intesa con il presidente per un altro anno, il tredicesimo! Con il numero 6!! Pluto!!”. Al che tutto lo stadio proruppe in un ALDAIIIIIR!!!! di tale possanza che avrebbe schiantato cuori meno avvezzi a tanto appassionato amore. Poco ci mancò che mi partisse la pompa, come direbbe un altro Carlo de noantri, Verdone.
La squadra di calcio che porta il nome e i colori della città più bella del mondo non poteva che essere la squadra più bella del mondo, non a caso definita Magica o, per meglio dire, ‘a Maggica.
La maglia della Roma è di conseguenza la più bella del mondo: per i propri tifosi è come una seconda pelle ed è stata indossata da così tanti grandi giocatori che a ricordarli tutti tocca mettersi comodi e avvisare i parenti che semmai ci si risente più in là.
Fra questi grandi giocatori si annoverano fin dai primordi autentiche figure leggendarie che hanno scritto pagine indelebili della storia del calcio, sia italiano che internazionale. Checco è solo il più recente e fulgido esempio di esse, intese sia come figure che come pagine, ma è sufficiente partire dalla lettera A e ricordare Amadei e Ago, solo per citarne un paio.
Per la squadra vale quanto detto a proposito della città che essa contribuisce a rappresentare nel mondo, ovvero che è come la mamma, la sorella, ecc. Detto ciò, alla Roma – intesa come precisa figura storica e mitologica in quanto squadra formata da giocatori leggendari – si ascrive anche un particolare merito che possiamo definire fondamentale: senza di essa non ci troveremmo qui, né a parlare di Roma e dintorni né, forse, di altro.
A maggior ragione, dunque, sempre forza magica Roma.
Capitale d’italia e ombelico del mondo, detta anche Urbe, Città Eterna e Caput Mundi, è la città più bella e più importante dell’intera superficie terrestre. Ce lo assicura Bill, lo sguardo deciso e compiaciuto con alle spalle il Foro di Augusto o quel che ne resta, nell’immagine qui a fianco.
Ma si sa, per noialtri Roma è prima di tutto un luogo dell’anima e di sentimenti profondi e ancestrali, del resto la mamma è sempre la mamma, di più bella al mondo non ce n’è.
Sotto il suo cielo c’è sempre casa. Fra le sue vie e le sue piazze, gli strati su strati di storia a cielo aperto, i suoi muri colorati case vicoli e palazzi1, le rive del padre Tevere ombreggiate dai platani, i monumenti che a contarli famo notte, i quartieri signorili e quelli popolari, le vedute che ti riempiono gli occhi e lo spirito, la secolare impagabile accogliente ironia dei suoi abitanti, fra tutto questo e ovunque sia Roma, insomma, ci perderemmo volentieri e per sempre con fanciullesco trasporto. Ma per sempre sempre? Per sempre sempre.
Se potessimo scegliere come verremo ricordati, ci piacerebbe che dicessero di noi che un giorno fummo chiamati a ritrovare il sentiero verso una casa che non sapevamo di avere, ma che scoprimmo essere già nei nostri cuori da tempo immemorabile. E da allora fu per sempre.
Semisconosciuto al tempo del suo ingaggio da parte della Roma, Rudi Garcia impiegò poche settimane a entrare nel cuore dei tifosi. Prima diede dei laziali ad alcuni che contestavano Osvaldo, poi affermò di voler “riportare la chiesa al centro del villaggio” e la sua prima Roma partì con dieci vittorie di fila in campionato, record ancora imbattuto, così che tutti ebbero chiaro il significato di quel detto francese.
Fra una vittoria e l’altra sostenne anche una tesi tanto spavalda quanto sacrosanta, ovvero che “un derby non si gioca, si vince” e infatti lo vinse, dopo che non se ne vincevano da un po’ (e soprattutto dopo che, solo pochi mesi prima, si era perso l’unico derby che non si sarebbe dovuto perdere mai, sul quale i periferici romperanno i maroni fino a che ghiaccerà l’inferno1), e non fu certo l’unico che vinse.
Faccia da attore e accento accattivante, grande estimatore di Checco (non che ci volesse un genio, ma a quel punto della carriera del Capitano Eterno non era così scontato) e dunque uno a posto, si distinse fra le altre cose per una sonata di violino passata alla storia e per aver emulato il suo omonimo predecessore, il Rudi tedesco, nello scegliere come compagna una ragazza romana. Entrambi mica fessi, of course.
La sua storia giallorossa si è conclusa senza troppa gloria, nonostante ciò lo si ricorda con simpatia, anche per aver eliminato la Juventus alla guida del Lione negli ottavi di Champions League 2019-2020. Dopodiché, nelle interviste post-partita, rivolse un messaggio di trionfo ai suoi vecchi tifosi dicendo loro “ce l’abbiamo fatta!”. Garcia romanista vero.
1 Del resto vanno compresi, porelli: pe ‘na vorta che c’hanno ‘na cosa, una, che valga la pena da mette nell’album dei ricordi, che famo, ja vojamo negà, st’unica gioia de cui se devono accontentà finché campano?
Rudolf Völler (o Voeller, come da trascrizione italiana), detto Rudi, è stato molto più di un centravanti: è stato l’eroe della mia giovinezza. Mi innamorai di lui, calcisticamente parlando, vedendolo giocare con la propria nazionale ai mondiali di calcio di Messico ’86, conclusisi in modo deludente proprio sul più bello.
Fui felicissimo nel vederlo prendersi la rivincita quattro anni dopo, a Italia ’90, e alzare al cielo la coppa del mondo in quello che, nel frattempo, era diventato il “suo” stadio.
Era l’8 luglio di quell’anno, una domenica. Il giorno dopo, lunedì 9 luglio, mi presentai all’orale agli esami di maturità e per scaramanzia mi portai una sua figurina infilata fra le pagine del mio diario scolastico. Naturalmente vinsi anch’io il mio titolo a pieni voti, perché chi tifa Roma non perde mai, diciamolo, e spesso, più che non il contrario, vince. Se poi hai uno come Rudi al tuo fianco, è quasi una passeggiata.
Ho continuato ad amarlo anche dopo che aveva dismesso la maglia della Roma, gioendo con lui per la Champions League vinta con il Marsiglia a spese del Milan1, seguendone la carriera di calciatore al Bayer Leverkusen e in nazionale, poi di CT sulla panchina della Germania, che portò fino alla finale dei mondiali nippo-coreani del 2002 in cui i tedeschi vennero sconfitti dal Brasile di Ronaldo il Fenomeno.
Ho continuato ad amarlo, ed ero felicissimo di riaverlo con noi, quando fece una scelta di cuore e accettò la panchina della Roma a ridosso della tribolata stagione 2004-2005, in cui cambiammo quattro allenatori e rischiammo la serie B. Lui durò appena quattro partite delle quali vinse solo la prima, poi si fece da parte conscio di non essere preparato a sufficienza per il ruolo, come avrebbe dichiarato molto onestamente in seguito.
Alla conferenza stampa di presentazione mi ero commosso, ancor di più quando lo vidi a bordo campo, nell’esordio stagionale, a colloquio con Checco. I miei due più grandi amori giallorossi, l’eroe della mia giovinezza e quello del resto della mia vita, uno a fianco all’altro, uno al servizio dell’altro, da strofinarsi gli occhi per essere sicuri di non stare sognando (di quel frangente abbiamo un’immagine tratta da qui)
Purtroppo non fu un sogno ma una triste realtà, come già ricordato. Un vero peccato, ma pazienza. Rudi è stato e sarà sempre il tedesco che volava sotto la curva Sud, profilo e baffetti da sparviero, chioma riccioluta e corsa con i gomiti sollevati, proprio come se volasse, a cantare e portare la croce e segnare goal decisivi a fianco di compagni non sempre all’altezza del suo valore assoluto, ma sempre uniti sotto i colori di Roma.
Ogni volta ancora adesso mi emoziona scorgerlo in qualche passaggio televisivo o anche solo sentir parlare di lui. Un tedesco volante è per sempre.
Vielen Dank, Rudi, mein Held2.
1 Partita che fu anche, purtroppo, l’ultima della carriera di Marco Van Basten.
2 “Grazie infinite, Rudi, mio eroe” (tradotto dal tedesco, of course).
Sara è una persona reale, amica preziosa fin dalla giovinezza (più sua che mia, dal momento che è di qualche anno più “piccola” di me). Sara non è il suo vero nome bensì quello con cui ha scelto di comparire nelle mie storie. Anche l’immagine qui proposta non è una sua vera foto bensì una suggestiva donna sagittario tratta da qui.
Occhi verdi da felino, carattere d’oro, grande cultura e intramontabile bellezza, Sara è quel genere di amica con cui ti potresti ritrovare ad ammirare un Tintoretto oppure, passeggiando sotto i portici del centro, a commentare una prova attoriale di Di Caprio poco dopo averlo ammirato in lingua originale sul grande schermo; così come sorseggiare un thé al cinnamomo, come se niente fosse, seduti a un tavolino traballante nel peggiore bar di Kathmandu.
Sara infatti ama viaggiare e predilige mete ambiziose; in questo la invidio molto perché a Kathmandu lei c’è stata davvero, così come in svariati altri luoghi magici in diverse zone del mondo, mentre io no. Ma non è mai troppo tardi per rimediare.
(Qualcuno per caso ha detto Giappone? Hai, kimashita, junbi wa dekite imasu1)
1 “Sì, sono qui, sono pronto”, in originale はい、来ました、準備はできています.
Sebastiano Nela detto Sebino è molto più di un grande ex calciatore ed ex dirigente sportivo della Roma. É un pezzo de core (qui ritratto in un’immagine tratta da qui).
Terzino talvolta destro ma soprattutto sinistro della squadra di leggende che per prima mi condusse alla passione sportiva e poi a tutto il resto, ai giorni nostri è un signore elegantissimo che ho avuto il piacere di incontrare di persona,
conserva nei tratti inconfondibili la fierezza del tempo di gioventù e delle tante battaglie vissute sui campi di calcio.
Ora di battaglia ne sta affrontando un’altra, ben più impegnativa e sofferta, per cui non gli si può che augurare ogni bene. Picchia Sebino, ancora una volta. Daje!