Serena de Gier

Serena è pittrice e artista poliedrica, come si può notare (un esempio fra i tanti) dall’immagine a fianco, che raffigura la copertina di un libro delizioso interamente curato da lei fin nei più minimi dettagli: testi disegni dipinti grafica impaginazione, tutto insomma. Peccato che sia introvabile1, ma si può sempre sperare in una ristampa. (Lo dico per chi fosse interessato, io mi ero già prenotato una copia con largo anticipo, eh eh).

Oltre a onorarmi della sua amicizia, Serena ha realizzato gli splendidi ritratti delle attrici e degli attori a cui mi ispiro per i miei personaggi, alcuni dei quali avete già potuto ammirare fra queste pagine. I loro volti, dalle tele appese alle pareti del mio studio e degli spazi che percorro per muovermi dentro casa, mi osservano amichevoli e mi allietano con la loro presenza.
E mi parlano, raccontandomi ciascuno la propria storia, quella che vado o andrò a mia volta a raccontare su JulianVlad & compagnia bella.

E’, questa, una delle peculiarità dello stile di Serena (e qui cito me stesso, non metto nessun link e vi sfido – se siete curiosi – a ritrovare il post; diciamo a guisa di una piccola caccia al tesoro, che in questo caso sono i suoi lavori, non i miei):

Di primo acchito, non saprei dirvi con precisione che cosa mi affascini di più, nelle opere di Serena, se la freschezza, la cura dei dettagli, le variegate luminosità, le scelte cromatiche o l’effetto scenografico.
Ma, dopo una breve riflessione, la risposta giunge naturale: ogni quadro, anche quello di più piccole dimensioni, che raffiguri soggetti in movimento oppure raccolti in posa spontanea, racconta una propria storia. Ciascuno di essi risulta profondamente soggettivo, irripetibile, non solo in quanto opera originale, ma per la spiccata unicità del protagonista […].
E se non mi credete, fate bene: andate a sincerarvene con i vostri occhi

1 Doveroso aggiornamento: ho scoperto da poco che Serena ha ancora disponibili alcune copie del suo libro, oltre al calendario 2024 sempre realizzato da lei, speciali mazzi di carte e molte altre cose interessanti. Potete trovarla su Facebook! Non indugiate, che siamo quasi a Natale, su!


Sor Brunetto

Fonte Gazzetta dello Sport

Definire Bruno Conti (che viene da Nettuno e come lui non c’è nessuno) con una o comunque poche parole sarebbe impresa ardua, per tutto ciò che è stato e che ha fatto e che ancora è e fa. Voglio dunque mostrarlo nelle vesti e nel contesto in cui l’ho conosciuto, su un poster della Nazionale azzurra che partecipò ai Mondiali di Spagna del 1982 e, con grande sorpresa degli addetti ai lavori, li vinse.

Nella foto qui sopra si riconoscono volti famosissimi, alcuni dei quali appartengono a campioni amati e rimpianti che purtroppo non sono già più fra noi. Per coloro che ne conoscano pochi o nessuno (il che non è una colpa ma solo, al più, un peccato di gioventù, che non volge lo sguardo al passato tanto quanto sarebbe opportuno per conoscere un po’ di più di noi stessi), in piedi da sinistra ammiriamo: Dino Zoff, portiere e capitano, poi Francesco Graziani detto Ciccio, attaccante ancor giovane ma già scarsocrinito, i difensori Beppe Bergomi detto “lo zio”, giovanissimo ma già ipertricotico, Gaetano Scirea, Fulvio Collovati e Claudio Gentile. Accosciati, sempre da sinistra, la faccia da elfo silvano di Bruno Conti, ala offensiva; poi il bel volto gentile per una volta serio e non sorridente di Paolo Rossi detto Pablito, punta di eleganza, di fioretto e di efficacia; l’espressione granitica di Gabriele Oriali detto Lele – proprio quello di Una vita da mediano del Liga -; l’affascinante faccia da schiaffi di Antonio Cabrini detto “il bell’Antonio, terzino; per finire con il volto da eroe greco di Marco Tardelli, centrocampista destinato a imperitura memoria per una celebre sgroppata urlante, che ancora emoziona chi l’abbia veduta in diretta e tutti coloro che sono venuti dopo.

Per circa un paio d’anni questi volti mi furono familiari, così come i loro nomi, nonostante non avessi che una vaga idea dei rispettivi club di appartenenza. Fatta eccezione per i giocatori che provenivano dalla Juventus, poiché un poster simile a questo era appeso nella stanza dei giochi di due fratelli miei amici e vicini di casa, a casa dei quali alle volte trascorrevo qualche piacevole pomeriggio. Loro erano e sono juventini, dunque i propri beniamini, in quella foto, me li sapevano indicare senza nascondere un moto di orgoglio, nonostante si trattasse di una foto in maglia azzurra, pertanto di tutti, non certo solo degli juventini.

Poi, venne una sera in cui per la prima volta vidi giocare Bruno Conti con indosso la maglia della propria squadra di club, quella sua seconda pelle che sarebbe divenuta anche la mia. Anvedi, pensai, ma guarda un po’ chi ce sta. A dire il vero non lo pensai in romanesco, che ancora i panni in Tevere non li avevo sciacquati ed ero piuttosto lontano dal farlo, nel tempo come nello spazio. Ma il senso della mia sorpresa fu quello. E fu sera e fu mattina. E fu Roma. Per sempre.


SuperMarco

Marco Delvecchio arrivò alla Roma ancora giovanissimo a seguito di uno scambio con l’Inter, durante una finestra di mercato di gennaio nella quale Marco Branca prese la direzione opposta verso la Pinetina.

Inizialmente si temeva che a guadagnarci fossero stati i meneghini, ma la storia avrebbe poi ampiamente smentito i dubbi della prima ora.

Prima punta o all’occorrenza attaccante esterno, SuperMarco fu un interprete tattico imprescindibile nella formazione che conquistò il campionato 2000-2001, segnando anche parecchi goal.
Per lungo tempo è stato anche il recordman delle reti realizzate nei derby, per venire infine superato, ça va sans dire, dal solito Checco.
Essere titolare della piazza d’onore – in tale particolare classifica – al cospetto del più grande di tutti, è comunque un vanto e una cosa non da poco.

Gli vorremo sempre bene, e non certo solo per quello.


Torino

Torino, di cui in questa mia foto del 2013 possiamo osservare uno degli ingressi al Borgo Medievale – la Torre-porta di Oglianico – ovvero l’accesso a uno dei luoghi che più mi piace frequentare colà, è una metropoli sabauda rimasta in gran parte ferma ai tempi dei Savoia, anche se ogni tanto qualcosa eppur si muove, anche lassù.

Antica capitale del Regno di Sardegna e prima capitale del Regno di un’Italia per la prima volta riunita sotto un unico vessillo dai tempi dell’Impero Romano (sempre ave) – primogenitura di cui i torinesi sono soliti vantarsi tantissimo, manco Roma l’avessero costruita loro anziché il contrario, diciamo – ai giorni nostri è, molto più sobriamente, il capoluogo della regione Piemonte, nonché ex centro nevralgico di uno dei poli industriali più importanti del paese, quella fabbrica di automobili e annessi e connessi alla cui relativa real casa moderna si deve anche la piaga imperitura della seconda squadra di calcio cittadina.

Città con cui ho sempre avuto un rapporto complicato, che solo in tempi recentissimi si sta evolvendo verso una più serena e perfino (incredibile ma vero) gioiosa frequentazione, a conti fatti ha davvero molte cose da offrire. Occorre solo avere la pazienza di cercarle, queste cose, e non farsi scoraggiare dal grigiore e dalla cupezza di secoli di immobilità sepolcrale, che ancora aleggiano su certe vie, prospettive, portici e piazze di cui i torinesi, manco a dirlo, vanno particolarmente orgogliosi.
Del resto, li si può forse provare a capire: per molti di loro il mondo comincia poco più a nord, ai confini segnati dalla chiostra delle Alpi e dal massiccio del Monviso, e finisce poco più a sud, a Moncalieri. Dopodiché, hic sunt leones.


U2

Celeberrimo e da me amatissimo gruppo pop-rock irlandese, qui immortalato in una foto tratta da Rolling Stone.

Nel caso non li abbiate presenti e ancor meno conosciate i loro nomi e ruoli musicali (può capitare, siam qui per questo), trattasi di: Adam Clayton – primo da destra – al basso, Larry Mullen Jr – primo da sinistra – alla batteria, David Evans meglio noto come The Edge – quello col berretto – alle chitarre, Paul David Hewson meglio noto come Bono (in precedenza Bono Vox) al microfono.
Come già sapete, se un po’ mi seguite, è quest’ultimo che io chiamo Vate.

Recupero dal web una nota biografica che non ricordavo: sono nati, come gruppo, nel 1976. Sapete chi è altri è nato nel 1976? Checco.
Che annata eccezionale!


Vincenzino

Fonte A.S.Roma

Vincenzo Montella è stato sia attaccante che allenatore della Roma.
Nelle vesti di numero nove contribuì a suon di reti (alcune delle quali spettacolari e importantissime, come la palombella a Seba Rossi contro il Milan in casa e il tocco da sotto misura contro la Juve a Torino) alla conquista di un tanto atteso quanto meritatissimo scudetto, nella stagione 2000-2001. Da allenatore non gli venne data invece l’occasione di preparare una stagione dall’inizio, dopo aver mostrato cose incoraggianti subentrando in corsa in quella precedente.

Chiamato l’Aeroplanino per il suo modo di esultare ad ali spiegate dopo un goal, vanta fra le tante altre cose il merito di aver segnato ben 4 reti in un derby e aver fatto girare talmente la testa al suo diretto marcatore (Alessandro Nesta, non certo uno sprovveduto e peraltro capitano) da costringerlo all’abbandono nell’intervallo di gara.
L’immagine d’archivio qui sopra lo ritrae proprio mentre festeggia una di quelle quattro per[ehm] segnature.

I più attenti ricorderanno che, nella medesima occasione, a suggellare il risultato per la Roma fu il solito Checco, con un cucchiaio dei suoi servito da fuori area, nella celebre sequenza che lo vide – subito dopo – correre festante dalla parte opposta del campo per inginocchiarsi sotto un settore della Montemario, sollevare la divisa di gioco e mostrare al di sotto di essa una maglietta bianca con sopra una dedica alla sua futura fidanzata, moglie e madre degli eredi. Per amore di questi bei ricordi mi taccio su tutto ciò che sarebbe successo vent’anni dopo e che ancora si trascina.
Capitano mio Capitano, sempre e comunque.

(Ma non si stava parlando di Montella? Come al solito divago, totteggio.)


Dino Viola

(Fonte A.S.Roma)

Dino Viola, toscano, ingegnere, romanista.
Fu il mio primo presidente e, nonostante tutto ciò che Franco Sensi ha voluto e saputo fare per la Roma, e tutto ciò che chi è venuto dopo ha voluto e saputo fare e farà (non poniamo limiti né all’immaginazione né alle capacità imprenditoriali texane, daje sempre Dan), resterà in eterno il mio Presidente per eccellenza. Il primo presidente non si scorda mai.

Colui che ha portato a Roma Carletto Ancelotti, Paulo Roberto Falcão, Zibì Boniek, Rudi Völler, e di certo me ne sto dimenticando qualcuno di pari importanza, per non parlare di uno storico scudetto vinto quarantuno anni dopo il precedente e fin lì unico, non è stato semplicemente un uomo: è stato la Roma. Sempre sia lodato.

Non è un caso che abbia scelto di ricordarlo con un’immagine che lo ritrae sul prato dell’Olimpico di fronte al proprio pubblico, in un momento in cui riceve o consegna un premio, non è che si capisca bene ma non ha importanza. Il dettaglio importante (e mi si perdoni se lo definisco dettaglio) è l’altra grande persona che si può notare alle sue spalle, maglia della Roma indosso e fascia da capitano al braccio: Ago, il mio primo Capitano. In loving memory di entrambi.



Zibì

Rudi VOELLER, rechts, Deutschland, Fussballspieler, AS Roma und Zbigniew Boniek , Polen, AS Roma, Mitspieler, freundschaftliche Umarmung, halbe Figur, Halbfigur,, undatierte Aufnahme 1988, Â Dostawca: PAP/DPA (qui la fonte)

Zbigniew Boniek, detto Zibì per semplicità, grande personaggio prima ancora che grande calciatore “polifunzionale” – come direbbero quelli bravi -, cioè capace di interpretare al meglio qualunque ruolo, non trovò subito la strada verso Roma, venendo cooptato dalla Vecchia Signora con cui trascorse i suoi primi tre anni italiani.
Apprezzato, sì, ma non così tanto in fondo, nonostante l’ottimo affiatamento calcistico e umano con monsieur le Roi. Finché, finalmente, approdò a lidi più congeniali al suo talento eclettico ed efficace al medesimo tempo, sia dal punto di vista tecnico-tattico, sia sotto il profilo del calore e dell’affetto di cui venne investito da parte dei tifosi più tifosi del mondo. Zibì è uno dei tantissimi grandi del calcio che una volta scoperta Roma, in particolar modo la Roma giallorossa, vi è rimasto legato per sempre in piena e amorevole reciprocità. Proprio come Rudi, non a caso ho voluto qui omaggiare entrambi con una foto che li ritrae insieme.

Ci fu una Roma che schierava in campo contemporaneamente leggende mondiali del calibro di Zibì Boniek, Bruno Conti e Rudi Völler, per tacer di tutti i compagni loro, e io l’ho vissuta. Basterebbe forse questo per poter dire di non aver vissuto invano.
Non solo per questo, ma anche per questo, non saremo mai abbastanza grati al presidente Dino Viola. Sempre sia lodato.