Inevitabile

Immagine dal film Avengers: Endgame tratta da qui.

Thanos di Titano, villain delle saghe cosmiche della Marvel reso celeberrimo dal ruolo riservatogli nel MCU, è un grosso e vecchio arnese con manie di grandezza, davvero poco raccomandabile.

“I’m inevitable” è una sua celebre battuta nella trasposizione cinematografica interpretata da quell’adorabile satanasso di Josh Brolin, che chissà perché in italiano è stata tradotta con “ineluttabile”, bah.


Iniziali famose

Il fatto che John David Sallinger – il nostro caro Dave – abbia le stesse identiche iniziali di Jerome D. Salinger, celeberrimo autore de Il giovane Holden, non è una coincidenza.

E’ una mia scelta autoriale – che detta così ha un bel tono deciso, ma è solo per mascherare il dubbio di un eccesso di impertinenza dietro un’affermazione di quelle fatte apposta per non ammettere repliche, è così e basta, ecco – nata dall’idea di giocare proprio su tale assonanza, compreso il fatto di attribuire al nostro Dave una elle in più nel cognome e di poter giocare anche su quello.

Il cognome Sallinger con due elle viene dalla famiglia protagonista di Party of Five, serie TV che andava in onda sulle reti Mediaset proprio nel periodo in cui concepivo sia il personaggio di Dave che quello di Julian. Serie che, fra le altre cose, vide la prima apparizione di rilievo di Neve Campbell e Jennifer Love Hewitt.
Ora, dal momento che al giorno d’oggi esiste Google e ho appena recuperato la pagina Wikipedia della serie originale (scoprendo che ne è stato fatto un reboot piuttosto recente con un cast latinoamericano, ma pensa), sia per curiosità che per poterla linkare qui, so che pure il cognome dei cinque fratelli Salinger dell’epoca aveva una sola elle; ma nel doppiaggio italiano veniva pronunciato con una doppia, sono pronto a metterci la mano sul fuoc[ehm] o meglio diciamo che io me lo ricordo così e dunque fine della questione, del resto è passato un quarto di secolo ed è il pensiero che conta. Scelta autoriale è già stato detto?

Ciò di cui non conservavo alcuna memoria, invece, al punto che forse non me ero mai reso conto prima d’ora, è che anche il secondo nome del Salinger più famoso fosse David. Questa sì è una coincidenza involontaria, che mi sorprende con quel mood quasi mistico in cui apprendiamo di corrispondenze che paiono dettate dal destino, dal momento che fin dall’inizio il mio personaggio si sarebbe dovuto poter chiamare Dave, abbreviazione di David. Anche il nome Dave, infatti, ha una sua origine ben precisa, che risale a molto prima del cognome Sallinger. E’ il nome di un amico di Kit Teller1 in una storia de Il Piccolo Ranger che avevo letto da bambino e a cui, chissà per quale motivo, sono rimasto affezionato. Sospetto che sia perché il Dave di quel fumetto veniva tradito e faceva una brutta fine2 e io ho avuto fin da piccolo l’animo da riparatore di torti letterari. Ho sempre sognato di ideare un personaggio e di chiamarlo Dave.

In chiusura di pagina esplicativa, non posso fare a meno di osservare che se il caro Dave fosse una persona reale – ma in qualche luogo a noi ignoto magari esiste davvero, chi può dirlo – e leggesse un’origine dei nomi così confusionaria e contraddittoria, si farebbe di certo delle grasse risate.


1 Kit è il protagonista della serie, capostipite di omonimi eroi dei fumetti western italiani, dal buon vecchio Carson al piccolo falco di Tex Willer.

2 Uso una formula dubitativa perché ormai si è capito che la mia memoria non sembra essere più quella di una volta, ammesso che lo sia mai stata e non si trattasse piuttosto di mera autosuggestione.

Kevin

Considerato il miglior Under 23 a livello europeo della sua generazione, arrivato a Roma Kevin Strootman scese dall’aereo, firmò il contratto ed entrò subito nel cuore dei tifosi, lui che di cuore, di carattere e di gamba ne aveva da vendere.

Purtroppo una delle sue gambe, anzi, delle ginocchia, si ruppe più volte nell’arco di pochi mesi, rovinando la crescita di un giocatore di livello assoluto; che dopo di allora continua a giocare e a dare il fritto, come si dice, ma non è più l’iradiddio che conoscemmo in giallorosso.

Grandi capacità di interdizione e riproposizione, un’attitudine a ripulire palloni difficili (dunque “sporchi”) che gli valse il soprannome di “lavatrice”, è stato il classico centrocampista box-to-box che puoi vedere fermare da par suo un’azione avversaria al limite della propria area di rigore e, dopo poche falcate, andare a concludere in rete dall’altra parte del campo.
Per la sua dedizione alla causa e il suo spirito guerriero, prima ancora che per la sfortuna che lo ha perseguitato, Kevin resterà sempre uno di noi.

Due curiosità: la prima è che, come proprio numero di maglia, Kevin scelse il 6 che fu di Aldair e che la Roma aveva ritirato in onore del grande Pluto, il quale approvò senza riserve.

La seconda è più personale: ho assistito dal vivo alla sua ultima partita in giallorosso, in un Torino-Roma di inizio stagione 2018 in cui vincemmo nel finale con tiro al volo di Edin, senza sapere che sarebbe stata la sua ultima con noi. Dopo il match gli venne comunicato che – con sorpresa di tutti – era stato ceduto all’Olympique Marsiglia, e la cosa avvenne in chiusura di mercato, quando non era ormai più possibile ingaggiare un sostituto all’altezza. L’ennesima genialata di un direttore tecnico arrivato con le stimmate del fenomeno e che si rivelò essere, invece, na sola come tante.

La Curva Sud

Fonte Corriere dello Sport

E’ il settore dello Stadio Olimpico di Roma che tradizionalmente ospita i gruppi del tifo organizzato romanista e le coreografie pre-partita più ambiziose e riuscite, in particolar modo in occasione dei derby co quell’artri, i periferici.

Cuore pulsante del sostegno alla squadra giallorossa, arricchito di bandieroni e striscioni storici, da qui partono i canti e i cori trascinanti che vanno a coinvolgere tutto lo stadio, dei quali in calce trovate un breve esempio; è sotto di essa che i giocatori corrono ad esultare dopo un goal ed è dove la squadra si reca a festeggiare dopo una vittoria. Assistere a un derby in Curva Sud è una di quelle esperienze che non ti aspetti e che non dimenticherai più, provare per credere.

I capitani della Roma che l’arbitro chiama a sé a centrocampo prima della gara, per il rituale sorteggio campo o palla, sono soliti scegliere di iniziare la partita con il supporto della Curva alle spalle, e attaccare verso di essa nel secondo tempo, quello decisivo.
Se pensate che in fondo si tratta di professionisti e che il calore e l’energia dell’incitamento dagli spalti non faccia poi tutta quella differenza, o non siete mai entrati in uno stadio di calcio a seguire una partita (e meno che mai siete stati a vedere la Roma giocare in casa di fronte a sessanta/settantamila spettatori; non è una colpa così grave, in fondo può capitare a chiunque e siete sempre in tempo a rimediare, daje), o siete forse abituati a tifoserie più compassate, che preferiscono trascorrere il tempo della gara a insultare la squadra avversaria piuttosto che sostenere la propria1 (e a maggior ragione, in questo caso, vale lo stesso consiglio di cui sopra).

Se i tuoi colori sventolo
I brividi mi vengono
Non mi stanco mai di te
Forza Grande Roma Alé


1 Qualunque riferimento al pubblico che usa raccogliersi in un impianto di dimensioni modeste sito alla periferia di una grande città piemontese è del tutto casuale. Parola di lupetto giallorosso.

La mia dea madre

La mia dea madre è Roma. L’avreste mai detto? Intesa come città, come storia, come sentimento, in definitiva come stato d’animo. Avrei potuto scegliere di personificarla in Cibele, che era stata accolta nel pantheon romano identificandola in Rea, la dea madre di tutti gli dei. Ma non mi interessano i culti anatolici o ellenistici fatti propri dall’Impero Romano. Mi interessa l’idea stessa di Roma.

E il simbolo di questa idea non poteva che essere la lupa capitolina, così ben rappresentata dal logo realizzato per la Roma da Piero Gratton nel 1978 – il celeberrimo “lupetto” – talmente innovativo e stilisticamente perfetto da essere divenuto un simbolo senza tempo, amatissimo e utilizzato ancora oggi.

Un momento, direte voi, ma stai parlando di Roma o della Roma?
Di entrambe.

Roma, dea madre e fonte di vita, dea dell’amore, dell’accoglienza e del focolare, dea dei viaggiatori e custode della memoria.
Di cui la squadra è stata, è e sempre sarà, per me, l’araldo.

Un po’ come Silver Surfer per Galactus, diciamo. Però mejo. Avoja.


La prima squadra di Torino

Il Torino, o più familiarmente il Toro (qui in una foto di gruppo tratta da Wikipedia, che ritrae la rosa con indosso l’iconica divisa ornata dello scudetto 1975-76,

l’ultimo finora conquistato dai granata; a testimonianza di quanto tempo, purtroppo, sia passato da allora, si può notare come Ciccio Graziani, quarto in piedi da destra, avesse ancora i capelli), il Toro, dicevo, è squadra gloriosa nonché geograficamente prossima verso cui nutro stima e rispetto.

Tutta la mia storia di tifoso di calcio, fin dall’inizio, è punteggiata dai miei rapporti con amici e tifosi granata, nonché con la squadra vera e propria. Rapporti sulle prime non troppo amichevoli, poi col tempo le cose sono migliorate, vedendomi spesso fianco a fianco di uno o più “colleghi” intento nel prestare la mia passione sportiva alla loro causa; al cospetto di una curva, la Maratona, fra le poche cui riconosca di poter rivaleggiare con la nostra Sud.
Tutto ciò purché, ovviamente, di fronte non ci fosse o non ci sia la Roma, perché va bene stima e rispetto ma esageruma nen1.


1 “Non esageriamo” in piemontese, of course.


La seconda squadra di Torino

Premesso che Torino è stata e resterà granata, l’altra squadra torinese è purtroppo anche la più nota in Italia e nel mondo, non sempre e non solo per meriti sportivi. Ci arriviamo.

Fin dall’inizio della mia storia di tifoso ci sono sempre stati loro, gli odiati bianconeri, a contendere vittorie e soddisfazioni alla mia Roma. Non è un caso che abbia scelto come foto rappresentativa una famosa immagine del loro più celebre e celebrato campione dell’epoca (tratta da qui). E a me più antipatico, peraltro.
Tolto il derby, che è sempre opportuno tentare di vincere senza se e senza ma, per ribadire a quegli altri, i periferici, che il nostro nome è il simbolo della loro eterna sconfitta, le sfide contro la Juventus per me sono la madre di tutte le partite, che si giochi in casa o fuori.

Società, giocatori (non tutti, ma parecchi) e tifosi (idem) juventini1, dagli anni ’80 in poi, rappresentano per me la più concreta incarnazione di arroganza, presunzione, spocchia, desiderio di prevaricazione e pretesa di impunità.
Hanno perfino la faccia tosta di esporre, nel proprio stadio, le effigi di due scudetti che sono stati loro revocati per tutte le malefatte che sono riusciti a compiere prima che li beccassero e li spedissero in serie B senza passare dal via; e li conteggiano pure ufficialmente, quei due titoli inesistenti, con la Lega Calcio italiana che chiude un occhio su questo come su ben più spinosi “dettagli”, in virtù della pax calcistica nazionale e della “tutela del brand” della Serie A.

Non stupisce che la Vecchia Signora sia amata da una buona metà dei tifosi di calcio italiani (pochi a Torino, of course, ma tantissimi nelle periferie e nel resto d’Italia, pure troppi, diciamolo), soprattutto perché trattasi di squadra spesso vincente a livello nazionale – mentre la palma di vincente in senso assoluto spetta di diritto al Milan – e sia odiata dall’altra metà, senza distinzione di appartenenza a questa o quella tifoseria.

Si potrebbe sostenere che sia, questo, il destino dei vincenti, ovvero di risultare divisivi.
Se non fosse che la medesima società vanta anche il non lusinghiero primato di essere la più chiacchierata, indagata, prescritta, condannata e patteggiata d’Italia.
Qualcosa vorrà pur dire, e di certo non che si tratti di una società perseguitata, come sostengono alcuni suoi tifosi, incapaci di separare la legittima passione per la propria squadra dal giudizio sulle colpe di dirigenti ciclicamente incapaci e colti con le mani nel sacco.


1 A onor del vero, per fortuna, conosco anche diversi tifosi juventini “moderati” coi quali si può parlare di calcio in modo oggettivo, senza buttarla in caciara o sul “noi abbiamo vinto tutto, di che vogliamo parlare?” oppure sul “noi DOBBIAMO vincere perché siamo i più forti, punto” (del resto uno dei loro più famosi giocatori e dirigenti, Giampiero Boniperti, sosteneva che “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, frase che gente ben più competente e neutrale di me in materia sportiva giudica semplicemente aberrante; ma che è stata fatta propria sia dalla tifoseria che da alcuni campioni più recenti, come ad esempio Alex del Piero, che considera una tale affermazione alla stregua di un prezioso insegnamento, sic). Peccato che, nel mucchio, tali tifosi per bene siano sempre troppo pochi.


Le Roi

Di IPP – Platini, dal Nancy alla Uefa, su sportmediaset.mediaset.it, 18 giugno 2019., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=4349150

Michel Platini, ex calciatore, ex allenatore ed ex dirigente sportivo, è stato uno dei più grandi numeri 10 a livello mondiale dagli anni ’80 in poi.
Non a caso ho voluto omaggiarlo qui con un’immagine che lo ritrae al fianco del più grande di tutti, sempre dagli anni ’80 in poi.
Non mi ha mai suscitato grande simpatia, che indossasse il pigiama (pardon) la maglia a righe bianconere o la bleu de la France. Ma a pallone sapeva giocare come pochi, glielo si deve riconoscere. Il solo problema è che ne fosse fin troppo consapevole, cosa che – unita a quell’alone di spocchia francese che viene spontaneo leggere in faccia a qualunque transalpino solo per il fatto che sia francese (cosa che magari è solo un’impressione condizionata dal pregiudizio, poesse) e dal fatto di giocare nella Juventus (cosa che non potrà mai essere solo un’impressione) – faceva sì che se la tirasse pure come pochi; e che continui a tirarsela ancora ai giorni nostri, quando il ricordo dei suoi trascorsi su un campo da calcio non è certo sbiadito ma si riferisce ormai a qualche tempo fa.


Luciano

Da non confondersi con il tecnico Spalletti (Lucianone) col quale non ha nulla in comune men che meno il carattere spigoloso, Luciano è una persona reale e nella vita si occupa di aiutare le altre persone a ritrovare un po’ del loro benessere.

Luciano infatti è uno psichiatra e psicoterapeuta, ma soprattutto è un uomo di profonde conoscenze, dai modi garbati e dalla vivace curiosità, che sa porsi all’ascolto degli altri senza mai dare l’impressione di avere pronta la soluzione per ogni esigenza.
La soluzione, o semmai la direzione da perseguire e verso cui tendere, la si trova insieme, attraverso un sereno percorso di dialogo e confronto di esperienze e punti di vista.

Incontrare Luciano è stata ed è tuttora una delle migliori fortune che mi siano mai capitate. Non dubito che esistano, da qualche parte, professionisti altrettanto seri, preparati, amabili e capaci di fornire un supporto concreto; io però non li conosco.

E poiché preferisco parlare soltanto di ciò che conosco, nel caso in cui foste in cerca di uno bravo davvero – per necessità o anche solo per un suggerimento autorevole – e vi trovaste comodi in zona, vi dico: rivolgetevi pure a lui con fiducia.

Penso che, poi, mi ringrazierete.

(In verità non è che lo penso, ne sono certo, ma uso la formula dubitativa per non sembrare troppo presuntuoso).