Rudi Völler

Rudolf Völler (o Voeller, come da trascrizione italiana), detto Rudi, è stato molto più di un centravanti: è stato l’eroe della mia giovinezza.
Mi innamorai di lui, calcisticamente parlando, vedendolo giocare con la propria nazionale ai mondiali di calcio di Messico ’86, conclusisi in modo deludente proprio sul più bello.

Fui felicissimo nel vederlo prendersi la rivincita quattro anni dopo, a Italia ’90, e alzare al cielo la coppa del mondo in quello che, nel frattempo, era diventato il “suo” stadio.

Era l’8 luglio di quell’anno, una domenica. Il giorno dopo, lunedì 9 luglio, mi presentai all’orale agli esami di maturità e per scaramanzia mi portai una sua figurina infilata fra le pagine del mio diario scolastico. Naturalmente vinsi anch’io il mio titolo a pieni voti, perché chi tifa Roma non perde mai, diciamolo, e spesso, più che non il contrario, vince.
Se poi hai uno come Rudi al tuo fianco, è quasi una passeggiata.

Ho continuato ad amarlo anche dopo che aveva dismesso la maglia della Roma, gioendo con lui per la Champions League vinta con il Marsiglia a spese del Milan1, seguendone la carriera di calciatore al Bayer Leverkusen e in nazionale, poi di CT sulla panchina della Germania, che portò fino alla finale dei mondiali nippo-coreani del 2002 in cui i tedeschi vennero sconfitti dal Brasile di Ronaldo il Fenomeno.

Ho continuato ad amarlo, ed ero felicissimo di riaverlo con noi, quando fece una scelta di cuore e accettò la panchina della Roma a ridosso della tribolata stagione 2004-2005, in cui cambiammo quattro allenatori e rischiammo la serie B. Lui durò appena quattro partite delle quali vinse solo la prima, poi si fece da parte conscio di non essere preparato a sufficienza per il ruolo, come avrebbe dichiarato molto onestamente in seguito.

Alla conferenza stampa di presentazione mi ero commosso, ancor di più quando lo vidi a bordo campo, nell’esordio stagionale, a colloquio con Checco. I miei due più grandi amori giallorossi, l’eroe della mia giovinezza e quello del resto della mia vita, uno a fianco all’altro, uno al servizio dell’altro, da strofinarsi gli occhi per essere sicuri di non stare sognando (di quel frangente abbiamo un’immagine tratta da qui)

Purtroppo non fu un sogno ma una triste realtà, come già ricordato.
Un vero peccato, ma pazienza. Rudi è stato e sarà sempre il tedesco che volava sotto la curva Sud, profilo e baffetti da sparviero, chioma riccioluta e corsa con i gomiti sollevati, proprio come se volasse, a cantare e portare la croce e segnare goal decisivi a fianco di compagni non sempre all’altezza del suo valore assoluto, ma sempre uniti sotto i colori di Roma.

Ogni volta ancora adesso mi emoziona scorgerlo in qualche passaggio televisivo o anche solo sentir parlare di lui. Un tedesco volante è per sempre.

Vielen Dank, Rudi, mein Held2.


1 Partita che fu anche, purtroppo, l’ultima della carriera di Marco Van Basten.

2 “Grazie infinite, Rudi, mio eroe” (tradotto dal tedesco, of course).


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