L’infinito poteva attendere

Matita, china e matite colorate © Dario Angelo, agosto 1997. Da originali di vari artisti, fra cui Roberto De Angelis (per Nathan Never)

Sabato, 19 gennaio (7° giorno)

Quel sottoinsieme di me che, quando se ne ricorda, veste panni di blogger, compie oggi 8 anni. Un numero interessante. Equilibrato, rotondo, simmetrico.
Girandolo di 45° in un verso o nell’altro, il numero otto pare quasi identico al simbolo dell’infinito. Che a propria volta esprime un concetto interessante. Qualcosa di estremamente astratto con cui a volte  ci misuriamo, ma che riusciamo a malapena a concepire, figuriamoci a comprendere.
Eppure, ci piace (a me per primo) rigirarci in bocca parole come questa, infinito, appunto; quasi a volerne assaporare il mistero, illudendoci di acquisire maggiore familiarità, dunque comprensione del concetto, così, per osmosi, abituandoci all’uso del termine.

Ebbene, si diceva, sono ormai otto anni. Forse non dovrei sottolineare la ricorrenza, non solo perché mio malgrado continuano a essere più numerosi (smodatamente più numerosi) i giorni di assenza che quelli di presenza. Ma perché pare che porti sfiga.
Io però non ci credo. Nella sfiga, intendo. La sfiga, la sfortuna, la malasorte, il malocchio, comunque  lo si voglia chiamare, perfino il demonio per chi crede a queste cose, a parer mio è solo l’ennesima, scontata astrazione cui fare ricorso di fronte a eventi che non comprendiamo. Scelte sbagliate che non sappiamo sconfessare né redimere. Fragilità con cui non riusciamo a convivere. Fallimenti dei quali non vogliamo farci una ragione, che ci ancorano al passato, rendendoci impossibile andare avanti.

Per quanto mi riguarda, quindi, la sfiga non esiste. E’ una cosa a cui non credo. Ciò che credo è che, entro certi limiti, noi si sia artefici del nostro del destino, e che tutto il resto non sia altro che caos. Un imponderabile, imprevedibile susseguirsi di eventuali casuali, sopra i quali galleggiamo come su un nastro trasportatore a velocità variabile. Talvolta ci pare fermo, talvolta velocissimo, e noi vi galleggiamo sopra sforzandoci di non cadere di sotto. Illudendoci di stare seguendo un percorso lineare, di avere scelto di surfare quell’onda, di sapere dove essa ci stia conducendo e perché. Pensando di riconoscere disegni di volontà superiori o rapporti di cause ed effetti dove v’è nulla di tutto ciò: il solo effetto reale è dato da una distorsione cognitiva del nostro cervello, programmato a tentare incessantemente di individuare schemi. Poiché questa forma mentale è il modo in cui la nostra natura di limitati esseri biologici cerca di adattarsi alla realtà circostante, dunque di sopravvivere.

Tanto per farvi un esempio concreto di stretta attualità, a sostegno di quanto vo fin qui considerando, vi posso dire dove mi trovo in questo preciso istante, e per quale motivo. Mentre abbozzo questo scritto sullo smartphone, sono al capezzale di colei che con altrettanta concretezza mi mise al mondo, oramai qualche decennio fa, e che un par di giorni or sono ha rischiato di morire dissanguata per un’emorragia interna, dovuta alla rottura di un capillare (sì avete letto bene: un singolo, fottutissimo capillare) intervenuta in un quadro clinico già piuttosto delicato, d’accordo, ma non così tanto da poter prevedere un tale stato di cattiva, per non dire alcuna, coagulazione. Di fatto, uno stillicidio di goccioline di sangue che l’hanno debilitata per giorni, senza che dall’esterno nulla fosse osservabile, fino a che il cuore non ha iniziato a dare segni di sofferenza tale da far temere di essere intervenuti troppo tardi, e solo per un pelo è stato possibile che oggi io sia qui a raccontarlo come uno scampato pericolo.

Ora, in questa stanza di ospedale in un reparto di terapia subintensiva, la cara nonna già peraltro in precedenza gravemente offesa dalle crudeltà della natura umana, lotta in senso letterale per riprendersi quel poco di salute che le restava a inizio anno, in situazione di prognosi riservata per almeno altre 48 ore.

Ebbene, cosa può esserci di più casuale e imprevedibile di questa sorta di tempesta perfetta che vi ho appena raccontato? Così come il fatto che contro ogni ragionevole pronostico mia madre sia ancora fra noi, a cercare ogni due per tre di sfilarsi la maschera dell’ossigeno e di saltare giù dal letto – e, se non fosse troppo debole, potete stare certi che ci proverebbe sul serio – per tornare a casa dai suoi, dai nostri, amati cani?
Qualcuno forse potrebbe leggere in tutto ciò un misterioso (e, mi si lasci dire, alquanto sadico) disegno divino. Io ci vedo solo un anziano e stremato involucro umano, che cerca di riemergere dal caos di eventi imponderabili aggrappandosi a ogni nuovo respiro con le unghie e coi denti.

Secondo i medici, la cara nonna si trova ancora in pericolo di vita.
Io, da parte mia, lo sapete, non nutro alcuna fede religiosa. Ma nutro molta fiducia nella tempra di lei. Che negli ultimi cinque anni si è già trovata più volte sulla soglia dell’infinito, anche se mai così prossima come in questi giorni, e non si è mai arresa, è sempre riuscita a restare a galla, a ritrovare la via di casa. Confido con forza che la ritrovi anche stavolta.

L’infinito può attendere ancora un po’.

(…)

(…)

(O, per meglio dire, poteva)

 

6 pensieri riguardo “L’infinito poteva attendere

    1. Ti ringrazio, ma temo di aver ingenerato un po’ di confusione parlando di cara nonnina, che in realtà è un modo affettuoso con cui chiamo mia madre. Che purtroppo da ieri l’altro non è più con noi. Per questo ho puntualizzato che l’infinito “poteva” attendere. Questo è il primo di tre post che avevo abbozzato sull’argomento in tempo reale, e non ancora pubblicato. Gli altri due seguiranno a breve.

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  1. Tua madre…Quante volte venne a casa mia come cliente di mia madre che era sarta! E poi la ritrovai anche a scuola, come madre di uno dei migliori alunni che abbia mai avuto: tu. Pensare a lei, alle conversazioni che aveva con mia madre, ai tranquilli pomeriggi domestici, è rivedere parte del mio passato, quel passato in cui vivevo felice con i miei genitori, amata e protetta.Erano giorni in cui ci ritrovavamo a tavola a commentare la giornata trascorsa, io a scuola, mamma con le sue clienti, che la consideravano anche una sorta di amica e confidente, papà in fabbrica. Erano giorni sereni, ricchi di piccole gioie quotidiane, che non potranno più tornare. Non in quel modo. E, ogni volta che un legame con il mio passato si spezza, sento una fitta al cuore, perchè un ulteriore tassello della mia vita si disperde nel vento, in quell’infinito che non ha atteso quanto avrei voluto.
    Ciao dolce signora, saluta la mia mamma, quando la incontrerai nell’infinito!

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  2. Grazie per la quieta dolcezza dei tuoi ricordi, cara Caterina, pur se velati di inevitabile malinconia. Una cosa buona di questi giorni solitarios y finales, è che tutti coloro che sono venuti a rendere omaggio a mia madre in camera ardente mi hanno riferito chi un simpatico aneddoto, chi un proprio ricordo personale di lei, chi una sua qualità, tutti con negli occhi lo sguardo di coloro che non si limitano a esprimere formule di cortesia, ma condividono con gioia e leggerezza qualcosa di sé, ispirato da lei. Mi hanno fatto comprendere, se ancora ce ne fosse stato bisogno, quanto lei sia stata e ancora fosse benvoluta, per la sua semplice bontà, il suo essere una persona genuina. I ricordi che lasciamo negli altri sono in fondo la sola cosa che testimonia ciò che siamo stati. E tutto ciò mi ha confortato. Continua a farlo anche ora, a giorni di distanza. Continuerà a farlo attraverso ciò che mi verrà da scrivere, in proposito. Un abbraccio.

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  3. Come ti capisco! Era successa la stessa cosa per la mia mamma. E quei ricordi, quel sentirne parlare dalle tante persone che le hanno conosciute, apprezzate e amate, rende meno amara la sofferenza del distacco. Abbraccio ricambiato!

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