Too weak to fall

Brandon Lee, The Crow © Julian Vlad 1996. Matita e china, riprodotto da un’elaborazione grafica di autore sconosciuto

Mi ero ripromesso di non farlo più.
Riapparire dopo una lunga assenza con un post pieno di entusiasmo, una sorta di “cari amici rieccomi a voi”, spiegare il perché e il percome fossi stato via così a lungo.
In un passato recente avevo optato per una cosa come questa, in cui dico ciò che ho da dire raccontando una storia a tema libero sia pure con un intento preciso.
Del resto, pensavo fra me, non c’è nulla che io debba davvero scrivere, dire, precisare. Di punto in bianco si ricomincia e si va avanti.
Ma, nemmeno, dev’esserci per forza una sola strada. Mi piace rimettere in discussione le mie idee, assecondare l’ispirazione del momento anche se questo può significare contraddirmi. Amo contraddirmi. Voi no?
Dunque, cari amici, rieccomi a voi.

Verrò presto a rileggervi perché mi mancate, mi sono mancate le nostre conversazioni nero su bianco (o su qualunque colore abbiate impostato lo sfondo dei vostri spazi virtuali) ed è davvero troppo tempo che mi privo di questo piacere. Non posso continuare a farne a meno.

Così come non posso continuare a fare a meno anche di scrivere a mia volta. Perché sarà pur vero che non c’è nulla che io debba per forza scrivere, dire, precisare; ma al tempo stesso, mi nutro da sempre di storie, di immaginazione, di vite mie e altrui. E ho davvero molta fame.

Per quale motivo, dunque, mi sono privato del mio cibo preferito così a lungo? Vai a sapere. O, meglio, qualche idea ce l’ho.
In primo luogo, credo sia vero ciò che si dice, che la natura non ama i vuoti. Staccare la spina per un paio di settimane, distrarmi da qualcosa che amo fare ma che mi richiede anche un certo impegno, è stato sufficiente per creare uno di quei vuoti, che ben presto è stato riempito da altro.
Altre abitudini, altre incombenze, altro dallo scrivere e dal leggere in luoghi virtuali, né più piacevole né più necessario, solo diverso. Come se avessi lasciato uno spazio incustodito e si fosse riempito di sabbia. Capita.

Oltre a ciò, devo fare ammenda, perché sono un maledetto perfezionista.
Ho maturato nuove idee su come utilizzare i miei blog e su cosa vorrei scriverci e come, idee che richiedono un certo lavoro di preparazione, lavoro che ho continuato a rimandare non riuscendo a ritagliarmi tempo e spazio in quantità che mi soddisfacessero. Tempo e spazio necessari soprattutto a delineare una struttura e curare la forma, prima ancora di sviluppare dei contenuti.
Con presupposti simili, tornare a bloggare era diventato una sorta di ideale immaginario collocato in un futuro incerto.

Come potete notare, ho infine deciso di darci un taglio. Nel senso che il taglio nuovo con cui ripresentare ciò che scrivevo fino a qualche mese fa può attendere di lievitare con calma, mentre io intanto ricomincio a scrivere altro di cui abbia voglia, qui e ora. In uno spazio nuovo creato apposta a tale scopo, con una forma ancora approssimativa, è vero, ma per curare i dettagli ci sarà tempo. Ciò che importa sono i pensieri e i contenuti che intendo esprimere, e non vi nascondo che imparare a infischiarmene della forma ha richiesto uno certo sforzo mentale.
Fin da bambino sono stato educato a privilegiare innanzitutto l’aspetto formale. Acquisire la consapevolezza che la forma conti, sì, ma possa aspettare, mentre la vita invece no, non può attendere che uno intanto apparecchi un bel contenitore, prima di viverla (o di scriverla, che per me è quasi la stessa cosa), è un percorso di auto-apprendimento che non può ancora dirsi compiuto, né forse lo sarà mai del tutto.

E potremmo anche chiudere qui. Ma c’è ancora una questione. La questione di certi uomini deboli; nello specifico, di uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali. Non è la debolezza, il vero problema, che chi non ha mai vissuto momenti in cui si sia sentito stanco, sopraffatto, o peggio. Io stesso potrei farmi monumento vivente alla fragilità umana.
Il vero problema è la paura, l’ossessione dell’altrui giudizio.

Gli uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali (o almeno quelli, e non sono pochi, che ho conosciuto io) quando si impara a riconoscerli si rivelano mossi da due sole motivazioni: il desiderio di poter fare ciò che pare a loro senza curarsi d’altro, e la paura che qualcuno possa scorgere oltre la loro fasulla sicurezza di sé e scoprire quanto siano in realtà inadeguati.
Gli uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali ostentano sfacciataggine e un’esagerata opinione dei propri meriti; possono apparire spavaldi, arroganti oppure brillanti, perfino simpatici, a seconda di chi li osservi. Alla prova dei fatti, la loro intrinseca inadeguatezza caratteriale mostrerà un ampio ventaglio di limiti, a cui qualcun altro dovrà porre rimedio.
In situazioni che richiedano nervi saldi, prontezza di spirito e capacità di adattamento, che si tratti di contingenze occasionali o di più lunga durata, gli uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali potrebbero trovarsi a corto di idee e di conseguenza scegliere di fare finta di nulla, sperando che i problemi si risolvano da soli. Facile che i problemi non solo non si risolvano in modo spontaneo, ma si aggravino fino a lambire preoccupanti soglie di insostenibilità. A quel punto, gli uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali avranno agio a scaricare il proprio fardello (senza nemmeno chiedere, ma pretendendo, giammai ringraziando) sulle spalle di quel qualcun altro; qualcuno la cui colpa prevalente sia di nutrire un maggiore senso del dovere, e abbia la sfiga di trovarsi in una posizione subordinata, o comunque vincolata, nel contesto delle vicende narrate.

Guardatevi dagli uomini deboli che hanno paura di mostrarsi tali. Possono apparire come persone di riferimento, ma non sono che nani coi piedi d’argilla. La loro paura di cadere è tale che si aggrapperanno a voi con una tenacia rabbiosa, tenendovi ancorati al suolo come un cane alla catena. Approfitteranno in maniera smodata della vostra dedizione alla causa, per poter così continuare a dedicarsi sereni alle proprie facezie senza temere che nel frattempo il palazzo (metaforicamente parlando), che già scricchiolava in modo sinistro, vada a fuoco. E se per caso noteranno che stiate tirando un po’ il fiato, che vi stiate concedendo qualche momento di relax, si sentiranno legittimati a pretendere ancora di più, ad accorciare ulteriormente la catena.

Se anche voi avete a che fare con uomini del genere, spezzate le vostre catene, vi dico. Siate liberi. Non fatevi muovere a compassione dalle loro debolezze, perché la vita che succhieranno, non sapendo vivere appieno la propria, sarà la vostra. Lasciateli soli a occuparsi delle proprie piccole cose, o almeno di una parte considerevole di esse. Poi, solo dopo aver stabilito una giusta distanza e imparato a difenderla, potrete magari, all’occorrenza, farvi prodighi di nuovo e risolutivo sostegno, a vostro piacere e discrezione.

Giunti fin qui, nel caso aveste l’impressione che mi stia togliendo qualche sassolino dalle scarpe, avete indovinato. Tornare a bloggare significa non solo liberare dalla sabbia il mio piccolo spazio privato, ricominciare a prendermene cura, ma anche recintarlo e difenderlo, perché possa prosperare. E quando dico “difenderlo” intendo proprio da quel genere di uomini lì; che da molti di loro, fra quelli che conoscevo, sono già riuscito ad allontanarmi; ma è sufficiente ne rimanga nei paraggi anche uno solo per rischiare di mandare tutto all’aria. Consideriamolo pure un piccolo atto di ribellione, di fiducia nelle mie capacità di stabilire dei confini e pretenderne il rispetto. Buona fortuna a me. E anche a voi, se ne avete bisogno.

Stay tuned!

 

P.S. Pensavo di aprire il pezzo con una mia foto aggiornata, poi ho preferito optare per questo mio vecchio disegno. Perché, in fondo, oggi è Halloween.
E piove. Ricordate cosa diceva Brandon Lee, a proposito della pioggia, nel suo ultimo film ambientato proprio in un giorno come questo, vero? 😉

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